E liberaci dal male…
10 Maggio 2008
Ormai è fatta. Il principe è stato incoronato, le pedine sistemate al loro posto, il gioco può finalmente avere inizio. Difficile è indovinare chi vincerà la partita, ma sicuro è che le regole cambieranno strada facendo. E molto probabilmente non proprio a favore di tutti. Pazienza. Qualcuno dice: ce la siamo cercata! Così è se vi pare, e poche storie.
Certo, cercata o meno, vien da chiedersi come si sia arrivati a questo punto. O meglio, più che come, perché (il come, purtroppo, lo si conosce fin troppo bene). E’ il perché che lascia un po’ perplessi. Almeno a quelli come me, gentaglia di sinistra ormai extraparlamentare per forza. Perché così tanta gente ha votato come ha votato? Che per noi è male ma per loro è bene, anzi, benissimo? Difficile rispondere. O forse no. Molti ci hanno comunque provato, formulando ognuno la sua diagnosi: gli anatomopatologi di sinistra hanno sezionato il cadavere iridato sostenendo una morte per autosoffocamento; i cannibali democratici hanno cominciato ad azzannarsi i polpacci a vicenda. Insomma, ognuno ha dato la sua interpretazione dei fatti per come meglio la intendeva o gli conveniva. Ma la ragione forse non è così complicata. E la si potrebbe riassumere in una singola, breve parola. Quale parola la si deduce da un libricino interessante che è stato presentato qualche giorno fa dall’Istat, l’istituto nazionale di statistica – quelli che fanno i sondaggi seri, per intenderci - facilmente scaricabile da internet e a cui vale la pena dedicare un attimo di attenzione. In realtà non si tratta di un libro vero e proprio, ma di una raccolta di statistiche che un manipolo di maniaci delle percentuali ha effettuato tra il 2005 e il 2007 sull’intero territorio nazionale, ognuno dedicato ad un argomento diverso. Il titolo completo è “100 statistiche per il Paese. Indicatori per conoscere e valutare”, dove i due termini “conoscere” e “valutare” sono finalmente messi in ordine consequenziale, a sottintendere una deduzione del secondo dal primo. Ma vediamo più nel dettaglio di cosa si tratta.
Sfogliando le 105 pagine del volume si passa da questioni legate alla macroeconomia, ad altre di finanza pubblica, di istruzione, salute, trasporti, mercato del lavoro… Ce n’è per tutti i gusti. Ma due, su tutti, sono i settori che presentato i risultati più sfiziosi. Si chiamano Popolazione e Sicurezza, e sono messi uno verso l’inizio del libro e uno verso la fine, ma sono due argomenti strettamente correlati. E insieme indissolubilmente connessi ad un terzo, che potremmo chiamare Attuale Governo, ma che nel libro non c’è quindi non mettetevi a cercarlo. Ma cosa si legge di così interessante? Nulla di nuovo, a dire il vero. I dati che emergono dalle statistiche in questione sono noti ed arcinoti. Il primo dato è riassumibile così: l’Italia è un popolo di vecchi. Nel 2006 in Italia ci sono 142 anziani (di 65 anni e più) ogni 100 giovani (che non hanno ancora compiuto i 15 anni), ponendo la popolazione italiana al primo posto per anzianità in Europa. Il rapporto è di quasi 3 a 2. L’indice di dipendenza (ovvero il carico sociale ed economico sulla popolazione attiva, ovvero quanto io devo lavorare per pagare la pensione di mio nonno, o di mia mamma, nel mio caso) ha superato nel 2006 la soglia critica del 50%. Detto in toni goliardici, i vecchi non schiattano e i giovani non trombano. O meglio, lo fanno con più malizia. L’aumento demografico della popolazione, che pure è presente, è dovuto in prevalenza agli immigrati che tra il 2001 e il 2006 sono stati regolarizzati, hanno messo su famiglia e, almeno loro, dato vita a qualche figlio (è aumentata l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati).
Eppure, per la gioia del carroccio, nonostante il forte incremento della presenza straniera in Italia, rispetto agli altri paesi europei il fenomeno risulta assolutamente contenuto (gli stranieri residenti sono poco meno del 5% del totale della popolazione), mettendo l’Italia al quindicesimo posto nella graduatoria UE. Ma l’aspetto più interessante lo troviamo nella sezione Sicurezza, cavallo vincente della destra e tallone d’Achille della sinistra. In realtà, vero e proprio cavallo di Troia per tutti e basta. Il tanto sbandierato anatema del “cittadino italiano che non si sente più sicuro in casa sua”, cavalcato – giustamente, chi non lo avrebbe fatto? – da politici di ogni fazione, si basa per l’appunto su un sentimento. Una percezione. E non su dati di fatto. Dagli anni ’90 ad oggi i delitti cosiddetti minori (scippi, furti di veicoli, di oggetti nei veicoli, nelle abitazioni) e contro la persona sono sensibilmente diminuiti (nel 2005 sono stati commessi 10 omicidi per milione di abitanti, contro i 14 della media europea, mettendo l’Italia in ottava posizione dopo Austria, Germania e Svezia). L’unica tipologia in aumento sono gli omicidi che si consumano in famiglia: i vari Cogne, Novi Ligure, Garlasco e via dicendo. Per numero di omicidi commessi, l’Italia è uno dei paesi più sicuri.
Come si spiega, allora, l’aumento al 58,7% della popolazione cittadina, soprattutto nel Nord, che indica la criminalità come principale fattore di preoccupazione? Si spiega in un’unica parola: Paura! Ed ecco la famosa spiegazione alla vittoria schiacciante del centro-destra. Il centro-destra ha vinto grazie alla paura, alimentata da una martellante politica di allarmismo protratta da televisione e giornali. E se per molti tutto questo può essere scontato, come sembra scontato che il “valutare” segua il “conoscere”, a ben vedere, forse così scontato non è. E forse, come sempre, il vero problema sta proprio nel “conoscere”. Conoscere come stanno davvero le cose. Conoscere, non dico la verità, quanto meno i fatti.
Riassumendo, quindi. Il succo di tutta questa pappardella qual è? L’Italia è un popolo di vecchi cacasotto. Vecchi cacasotto, per giunta anche un po’ ignoranti. Un ottimo prospetto insomma. Da andarne fieri. Ma non voglio giocare la parte del D’Alema (leggi: spocchioso) di turno. Né passare per il solito semplicione frustrato di sinistra. No. L’Italia non è – solo - un popolo di vecchi egoisti poco informati. E non si può imputare – solo – alla diffusione di una politica del terrore verso i cosiddetti “extracomunitari” se adesso ci sorbiremo 5 anni di berlusconismo. Ma certo la politica del terrore esiste e non si può nascondere. Va conosciuta, compresa e affrontata. Come scriveva Machiavelli più di cinquecento anni fa: “la libertà è vivere senza paura”. Lo scriveva Machiavelli, non Madre Teresa di Calcutta. Ora. Le risorse per un cambiamento di rotta, che è sempre possibile, sono da cercarsi in quei 2/5 di italiani ancora giovani che hanno le forze e, si spera, l’intelligenza per fare un passo oltre la coltre dei razzismi, della xenofobia, dell’egoismo. Tra quei giovani che avranno la forza di liberarsi dal male, inconscio e incontrollabile, della paura. Un ottimo modo per cominciare lo suggerisce Enzo Bianchi nel suo splendido articolo “La paura fa stranieri”, pubblicato lo scorso 13 aprile: la paura non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata per capirla e vincerla. Questo è possibile solo se siamo disposti ad un incontro sincero con l’altro. Perché, come scriveva Lévinas: “Io sono nella sola misura in cui sono responsabile dell’altro”. Diffondere la cultura del confronto, nel pieno rispetto delle reciproche identità è la sfida che ci aspetta e su cui si basano le sorti del nostro prossimo futuro. Le attuali circostanze politiche certo non danno una mano in questo senso, ma bisogna pur sempre provarci. E’ una sfida impegnativa, ma non impossibile. Basta cominciare. Quindi, cominciamo…
Ormai è fatta. Il principe è stato incoronato, le pedine sistemate al loro posto…
Freuse















