Mohamed Ba

30 giugno 2009

E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?
Mohamed Ba è un mediatore culturale da diversi anni impegnato a Milano. La sua colpa è d’esser senegalese.
“Poco tempo fa”, Ba sussurra con voce avvolgente al microfono, “il Primo ministro Silvio Berlusconi ha detto che Milano era così sporca da assomigliare ad una città africana“. Una legittimazione a far “piazza pulita” che, secondo Ba, “costituisce un’enorme responsabilità di questi signori per cui ne dovranno rispondere”.

Il 31 maggio, poco dopo le 19. Mohamed Ba, il mediatore culturale che parla dialetto milanese come fosse nato sui Navigli, sta attendendo il tram della linea 90 presso viale Certosa. Che cosa stava combinando quel maledetto africano con le treccine il 31 maggio alle 19.45? “Nulla, stavo aspettando il tram, come al solito. C’era un gruppetto di ragazzi, molti immigrati come me.” E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?
Un ragazzo, pare italiano, con un casco infilato nel braccio gli si fa incontro; “C’è qualcosa che non va?”, chiede a Mohamed guardandolo dritto in faccia. “Come al solito, va tutto bene”. Il ragazzo con il casco infilato nel braccio e gli occhiali da sole si volta di spalle. “Ho pensato cercasse una cicca, una sigaretta”, dice Mohamed ancora oggi visibilmente sgomento. Non è una cicca e nemmeno una sigaretta. E’ un pugnale. Il colpo inferto è rapido come lo scoccare di una freccia. E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?
Dopo averlo infilzato, l’ambasciatore legittimato dall’irrespirabile afa di quest’Italia impantanata lacera la scura carne di Ba sollevando la lama. Poi un’altra coltellata.

I ragazzi alla fermata del tram se la danno a gambe. “L’avrei fatto anche io”, prova ad assolverli Mohamed, “ma dopo duecento metri avrei chiamato i soccorsi”.
Nulla di tutto questo. L’aggressore raccoglie le sue cose e si dilegua con passo lento; “non s’è mai voltato. Questo mi fa più male”. E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?
Mohamed Ba comincia a grondare di sangue: “mi seguiva un imbianchino con la vernice rossa per la strada”. La mano sull’addome, parte sinistra. Gli automobilisti non si fermano. Il ragazzo senegalese col sangue sulle mani e il dolore negli occhi nulla è se non il simbolo della sconfitta dell’umanità. Nessun automobilista accetta quindi di prestarsi al soccorso. “Retromarcia e poi via, di corsa”.

Ba aspetta un’ora. Sbatte contro portiere alla ricerca di un aiuto. Un telefono. Una barella. Comincia a vedere doppio e a provare freddo. E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?
Alla fine Mohamed sceglie la strada più estrema. Viale Certosa, ora di punta: “o mi finite voi, oppure chiamate i soccorsi”. Ba è in mezzo alla strada, le macchine lo sfiorano come lingue di fiamme. Quel ragazzo nero ricoperto di sangue e dolore rischia più volte la vita. Finalmente una signora. “Forse un medico, non ricordo”. Dopodiché il grande freddo. La barella, l’ambulanza e poi l’ospedale. Le forze dell’ordine si presentano a Mohamed con un piccolo post-it di colore giallognolo: “ricorda in che direzione è scappato il colpevole?”. Poi più nulla.

Milano-Napoli. Petru Birladeandu, 16 giugno. Immigrato, romeno, ammazzato dai camorristi dal grilletto facile mentre camminava con la moglie con in mano la sua fisarmonica. Nel silenzio omertoso dell’Italia più schifosa.

“Nessun inquirente s’è più fatto vedere al mio risveglio in ospedale, eppure io quel volto lo potrei dipingere”, sorride amaramente Mohamed. Altri due migranti senegalesi han dovuto subire lo stesso tipo di violenza ad opera, pare, dello stesso aggressore.

E se fosse successo ad un italiano per colpa di un immigrato, magari romeno?

Duccio Facchini

Impressioni dopo la grandinata

28 giugno 2009


Sabato è passato, l’acquazzone pure. La manifestazione è stata sostanzialmente bombardata dall’inizio alla fine. Devo però riconoscere che senza la grandinata, la bufera, il fiume d’acqua, tutto ciò che s’è fatto ieri non avrebbe decisamente lo stesso sapore. Quel qualcosa a metà tra l’impresa e l’avventura.

Il tempo ha giocato a favore di La Russa, è innegabile. Nonostante la grandine, però, le tante persone assiepate nella scomoda piazza Diaz hanno resistito.
Hanno resistito così come l’intervento di Salvatore Borsellino le aveva spronate a fare: “Resistenza, resistenza, resistenza”.
Beppino Englaro ha portato, con la serietà e la moderazione che lo contraddistinguono, l’esperienza del cittadino che si ribella allo Stato-etico, alla violenza delle gerarchie vaticane e all’ignoranza di chi vuol imporre credenze come fossero paradigmi assoluti.
Gianni Tognoni ha toccato con lucidità la questione dei migranti e delle minoranze; nel mondo dei prevaricatori, questi son i primi a pagare il conto più salato.
A loro va un “grazie” di cuore. Così come Mohamed Ba, mediatore culturale senegalese accoltellato due mesi fa alla fermata del tram nella “città africana” poco distante da Lecco.

Un ringraziamento speciale anche a Moni Ovadia, per il contributo video che non siamo riusciti a proiettare (lo caricheremo tra poco sul canale di You Tube), ad Andrea Satta, a Renato Sarti e Marco Rovelli (per la splendida serata all’Officina della Musica), a Giuseppe Caccialanza per il supporto tecnico e tattico senza il quale la manifestazione non avrebbe avuto luogo, a Franz e Piero, ai ragazzi di Milano e a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione di ieri.
Mariacarla, Paolo e Matteo prima di tutti.

Quel che lascia la giornata del 27 è complicato da declinare; credo però che le persone resistenti del pomeriggio trascorso, tra una grandinata e l’altra, costituiscano un’occasione. Un’occasione per costruire finalmente un’alternativa al codice culturale imperante. Una possibilità, per questa città soporifera, per riprendere a parlare di determinati temi e contenuti che sempre più a fatica si riescono a trattare. Penso alla Costituzione, alla laicità dello Stato, alla solidarietà verso le minoranze, alla lotta dura verso ogni tipo di semplificazione, ai diritti civili e ai doveri dei governanti. E via di questo passo.

S’è creato un sito www.liberofischioinliberapiazza.org che si propone d’esser la piattaforma per quest’intento. Una volontà che poi possa anche fuoriuscire dal contesto lecchese per arrivare altrove, nel nostro Paese. Un obiettivo che necessariamente prescinde da sigle, nomenclature, simboli o quant’altro.

Riprendendosi le piazze della città, le strade e gli spazi si può avviare quel percorso, forse un pò utopistico, per provare a costituire un piccolo tessuto di persone desiderose di confrontarsi e parlarsi. Un reticolo di contatti che abbia sempre più spesso l’opportunità di abbandonare per un istante la propria camera o il proprio posto di lavoro, per incontrarsi fisicamente, faccia a faccia. Questo è l’unico vero ingrediente per fare “sicurezza”. Altro che balle o ronde di turno.

Io la butto lì. L’invito è rivolto a tutti.

PS: Il 19 luglio alcuni di noi saranno a Palermo insieme a Salvatore Borsellino per QUESTO motivo. Per informazioni o dettagli scriveteci.

Duccio Facchini

Sabato 27

25 giugno 2009

Giovanni Sartori l’ha scritto bene: quello di berlusconiana matrice non è un banale “regime” – definizione generica e poco incisiva. E’ un Sultanato bello e buono. L’Italia è diventata ormai la latrina dei berluscones e dei loro prestanome avidi di potere (anche tra i banchi della cosiddetta opposizione). L’Italia altro non è che un cortile per coloro che si senton padroni; posson scorrazzare blindati e scortati a sbandierare qua e là le peggiori menzogne e le più infami ipocrisie senza la minima esitazione. La garanzia dell’impunità e la più totale assenza di un tasso credibile di sanzione reputazionale (assenza di un ceto giornalistico ed intellettuale decente, oltreché un’opinione pubblica annichilita nella proprie vacuità) permettono ai piccoli ducetti d’Italia di scaricare falsità e prendere per i fondelli milioni di persone perbene rimbecillite da tonnellate di sbobba televisiva.

Uno di questi ducetti (non a caso) si chiama Ignazio La Russa. Da giovane picchiatore fascista della Statale di Milano negli anni caldi e da adulto “uomo politico” ripulito e pettinato dalla clinica di Papi Silvio.
La Russa è Ministro della difesa nonché oligarca di media caratura del partito di Berlusconi.
Recentemente s’è distinto per aver definito l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati meno influente di un “fico secco”. Il motivo? L’Onu è troppo blando coi clandestini. Alla fin della fiera il clandestino viola le regole, questa l’argomentazione. E quindi? “Entra solo chi rispetta le regole”.

Al suddetto motto di larussiana memoria mi son quindi recato il 22 maggio nella piazza Garibaldi di Lecco, cittadina ciellina dagli zigomi padani pronunciati. La Russa era atteso per un comizio di propaganda in favore del candidato (vincitore) della destra cittadina Daniele Nava. Quand’è arrivato il Ministro mi son permesso di gridargli semplicemente: “predicate sicurezza, celebrando l’impunità del vostro padrone, ipocriti!”. Una nuda e dolorosa verità. Il Capo di Arcore è un corruttore impunito perché lodalfanato. Il tutto nel più assordante dei silenzi. Il tutto grazie alla truffa quotidiana del controllo dell’informazione e della partecipazione dei cittadini.

Pare che il Ministro se la sia presa moltissimo per la contestazione (”ipocrita”, soprattutto, non gli è andato giù): la Questura di Lecco mi ha infatti denunciato l’1 giugno per “grida sediziose” e “inosservanza dei provvedimenti della Pubblica Autorità”. La denuncia penale non è altro che uno dei molti mezzi intimidatori del Sultanato italiota. Un Sultanato fatto di menzogna, è vero, ma anche di consenso più o meno consapevole accordato dai campioni del salto sul carretto del vincitore: i nostri con-sudditi. Per i dissidenti è prevista la ricetta Guglielmino (il Vice Questore di Lecco): violazione degli articoli 650 e 654 del Codice Penale.

Per questo il 27 giugno siete tutti invitati a Lecco (piazza Diaz, ore 16.30) alla manifestazione in difesa della libertà d’espressione e del diritto di critica. Peculiarità disperse in un Paese trincerato dentro al suo baratro culturale.

Qui il video della contestazione

Cittadini, non sudditi!

Duccio Facchini

Il voto delle ragazze del ‘30

22 giugno 2009

Alle ultime elezioni amministrative ho fatto lo scrutinatore ai seggi.
Esperienza molto positiva: nonostante le tante ore impiegate, la burocrazia imperante e alcuni meccanismi lontani anni luce dal concetto di lavoro creativo, ho avuto la fortuna di finire in un gruppo capace ed affiatato e, soprattutto, mi sono sentito utile alla democrazia. Chiamatemi romantico idealista se vi pare…

Faccio parte di quel gruppo di persone che non ce la fa più a dare il proprio voto al “meno peggio” e spesso sono stato attratto dall’astensionismo, dalla scheda bianca, nulla o rifiutata.
Eppure a questo giro di votazioni ho voluto fare uno sforzo in più informandomi, leggendo, documentandomi su programmi e candidati, in modo da votare il più coscientemente possibile, soprattutto alle comunali.
Però ho riscontrato che la gran parte della gente non fa neanche il minimo sforzo per leggere due righe di una biografia o partecipare alla presentazione di una lista civica del proprio paesello. E con tranquillità ammettono di saperne poco e di non essersi informati, perché “tanto poi non cambia nulla”.
E allora ecco che la (o)scena politica nazionale travasa nei livelli inferiori: se tifi PD devi per forza votare Brivio, se ami i fazzoletti verdi devi sbarrare sul nome di Nava. Nulla importa di quello che i due candidati hanno fatto e non fatto in questi anni nei loro rispettivi ruoli istituzionali.

Eppure c’è chi fa un altro ragionamento ancora… Complice essere stato al seggio al quale sono iscritti i concittadini del centro paese, ho visto passare davanti a me parecchie persone anziane, in particolare molte donne nate negli Anni ‘30 e uomini del ‘40. Vi posso dire che tanti di questi anziani si sono avvicendati alle urne con estrema difficoltà, per la vecchiaia ed i problemi di salute, ma stringendo i denti (i pochi rimasti) hanno esercitato un diritto che per loro ha ancora una fondamentale importanza.
L’unica spiegazione che mi sono dato è che queste persone non reputano il diritto-dovere di voto come una cosa scontata. Forse qualcuno di loro ha lottato duramente per ottenerlo.
Forse mettono davanti il valore simbolico di un principio fondamentale della democrazia alla sua effettiva utilità pratica? A me piace pensarla così.

Alessandro Riva

È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature
(Sandro Pertini)