I fischi di Piazza Fontana

Piazza Fontana

La trasferta lecchese per Piazza Fontana inizia intorno alle 12.30. Ritrovo di fronte alla stazione, biglietti andata e ritorno per Milano acquistati all’edicola e poi via. Il treno non è troppo affollato, troviamo per questo un vagone a nostra disposizione. Chi ha con sé una tortina di ricotta, chi un panino con frittata e salsa tonnata. L’elemento comune è senza dubbio “Il Manifesto”, ne contiamo quattro. Mentre un finestrino non ne vuole sapere di alzarsi e restar fermo, optiamo per partecipare al corteo non istituzionale. Niente più partenza da piazza della Scala, deviazione diretta verso piazza Missori, punto di ritrovo per le forze della “sinistra estrema” – dirà poi SkyTg24 qualche ora più tardi. Appena giunti in superficie notiamo con interesse una folta delegazione di “forze dell’ordine”. Finanzieri appartati verso via Larga, poliziotti assiepati di fronte ad Assolombarda, Digos in piazza Missori. Di manifestanti manco l’ombra. Andiamo verso la Statale, lì ci saranno studenti e preparativi: un pensiero generoso. In Statale c’è il deserto. Facciamo retromarcia e ci troviamo nuovamente fianco a fianco con gli uomini in borghese. Di lì a mezz’ora arrivano a gruppetti diversi cittadini. C’è chi distribuisce bandiere di Rifondazione, chi si saluta come se non si vedesse da quel giorno tragico, chi prova a venderti l’ultimo numero dell’ultima rivista dell’ultimo movimento indipendentista della Sinistra e chi – più dimesso – assapora la libertà degli odori. Incontriamo Basilio Rizzo, s’intravedono Marco Ferrando e Saverio Ferrari. Passa di lì anche “Farina del Leon Cavallo” – Corrado ne nota il sovrappeso. Partiamo con ritardo evidente: in fondo al corteo c’è un camioncino quasi festoso con musica tambureggiante, fumogeni e uno striscione contro la chiusura di spazi sociali: “Milano ama la libertà!”. Il patto non scritto è questo: seguiremo il corteo sino a Piazza Fontana, poi dritti alla Banca Nazionale della Agricoltura, senza terminare il percorso prestabilito. Così facciamo: Ago è perso di vista. La viuzza che collega via Larga alla piazza è presidiata da una ventina di poliziotti in assetto anti sommossa. Fortunatamente oltrepassiamo senza noie il filtro e ci troviamo catapultati in tutt’altro scenario. Il silenzio ci da il benvenuto. Uno sguardo alla piazza e poi uno più attento alla banca. Diverse corone di fiori fanno da corridoio della Memoria verso l’ingresso del Monte dei Paschi. Tanta gente in fila per entrare, nel tipico silenzio milanese che denota apprensione. Entriamo togliendoci cappelli e copricapi vari: il freddo all’esterno è pungente. Nel salone l’atmosfera è gelida. Un grande tavolo, sezionato come l’orologio immobile sulle 16.37, l’orario dell’esplosione. Un funzionario del Mps richiama l’attenzione di una guardia: “fai entrare a scaglioni, altrimenti si crea congestione”. Usciamo dalla banca e ci avviciniamo al palchetto blu posto di fronte e davanti al cortiletto. In quel prato ecco le due targhe per il povero Pino Pinelli. Non si possono raggiungere: le transenne e alcuni agenti cinturano l’area. Arrivano le Istituzioni: Moratti, Formigoni e Podestà. Dei tre è la prima ad esser la più accerchiata: dalla scorta e da uomini con casco e scudo. All’inizio provo ad avvicinarmi con passo deciso: uno tra i poliziotti mangia la foglia e mi respinge in malo modo. Parte la tromba, le Istituzioni avanzano con i gonfaloni. Poi si spostano sul palchetto. Il microfono è collegato a due innocui amplificatori. Ecco come si presenta la democrazia: Istituzioni ingiustificatamente protette, poliziotti predisposti alla cieca obbedienza, barriere insormontabili di fronte alla verità, silenzio. Parola al Sindaco Moratti: uno sfacelo di fischi e grida. Un ragazzo vicino a noi parte per primo. Poi è un susseguirsi. Il capogruppo del Pd a Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino, si agita e scuote la testa: “smettetela” sembra dire alle persone indignate. Roberto Formigoni, padre padrone della Lombardia, è su tutti il peggiore. Sorride beffardo in faccia alla rabbia popolare: più montano le proteste e più lui gongola. Strizza l’occhio, fa gesti, sorride e fa spallucce. I suoi trucchetti hanno successo: quando tocca a lui è un fiume in piena. La piazza lo respinge, lo rifiuta: “ipocrita”. Podestà farà il suo, modestamente. Quando tocca ai familiari la piazza smette di contestare e chiede “aprite la piazza”. Sì perché la democrazia di cui le Istituzioni si son fatte rappresentanti nei discorsi dal palchetto hanno pensato bene di recintare il circostante. I “non graditi” o i “pericolosi” ne sono estromessi. Arriva persino Pierferdinando Casini, con la sciarpa del Bologna. Saluta il trio, si associa a Majorino nella compiaciuta bocciatura dei fischi e se ne va. La tensione monta a dismisura. Le contestazioni si fanno ancora più forti: “verità, non ipocrisia”. “Riaprite il processo”. “Dove è il compagno De Corato?”. Si legge pure il messaggio del Presidente Napolitano: un applauso convinto ne accoglie le parole. Il discorso termina con un richiamo sentito al valore della Carta Costituzionale: dritto in faccia a Formigoni e amici. Nel giro di poco alcuni poliziotti presso il palco indossano caschi ed estraggono il manganello: qualcosa si muove dall’esterno. Il corteo non istituzionale vuole prender parte alla cerimonia. La Moratti si eclissa, riparata da una schiera di guardie che ne sorveglia la fuga. Formigoni e Podestà tengono botta. Il secondo è profondamente assente, il primo è un leone. Terminata la kermesse riesco a farmi strada e mi faccio vicino al palco. La rabbia mi spinge verso la scaletta: mi si fa davanti una signora vestita di rosso: “sono dell’Anpi, non urlare”. Eppure mi sembra così normale: siamo qui a commemorare la strage di Piazza Fontana, emblema del silenzio di Stato, della strage di Stato, della linea nera ed eversiva che tiene in piedi questo smemorato Paese, e dobbiamo accettare che quattro servi petulanti fingano di credere ad una battaglia che li spazzerebbe via?! Il padrino di Comunione e Liberazione scende dal palco sfottendo la folla: esulta, saluta a braccio teso e sorride di scherno. Poco dopo un’altra muraglia di divise ne tutela l’uscita di scena.

Il resto è un sapore acre di vergogna, di sopraffazione, di grida nel deserto. Milano si fa ancora più fredda e il buio fa da contraltare alle luminarie di piazza Duomo.

I telegiornali hanno già fatto il loro, domani sarà la volta della carta stampata. Editoriali risentiti per i fischi “inutili” provenienti dalle solite frange anonime che si son spinte fino a contestare (strumentalmente) chi, generosamente, aveva concesso la sua illustre presenza. Le Istituzioni non vanno “denigrate”,  non appartiene all’alfabeto beneducato dei garanti degli equilibri. Le Istituzioni vanno piuttosto ascoltate, magari in ossequiante silenzio. Il fischio è violento, antidemocratico e, sotto sotto, ignorante. Le urla rovinano la cerimonia, il raccoglimento, il pathos. Le legittime contestazioni passeranno per ignobili ululati: tutto già stravisto.

Quarant’anni fa perdemmo l’ingenuità, ci diceva ieri Paolo Cucchiarelli.

Duccio Facchini

4 pensieri riguardo “I fischi di Piazza Fontana

  • 13 Dicembre 2009 in 02:11
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    Bisogna essere più numerosi, per schiacciarli in mezzo alla folla. Come vermi.

  • 13 Dicembre 2009 in 12:43
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    Duccio eri su Canale 5 (che fortuna oh)!!!

  • 13 Dicembre 2009 in 20:54
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    E’ vero Alberto.
    L ho visto anch io Duccio su canale cinque, concordo pienamente con te.
    Ciao
    Fra

  • 14 Dicembre 2009 in 10:28
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    visto, ri-visto, stra-visto, prevedibile … ma non rinuncio comunque a sfruttare questo diritto ogni volta che sia possibile

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