Maxi processo “Infinito”: la sentenza dell’abbreviato e il nostro territorio

119 imputati. 110 condanne, 5 assoluzioni e 4 “non luogo a procedere”. Nella serata di sabato, dopo un’attesa snervante, il Giudice dell’udienza preliminare del rito abbreviato del maxi processo “Infinito” alla ‘ndrangheta lombarda, Roberto Arnaldi, ha letto il dispositivo della sentenza. La tesi dell’accusa, contenuta nella lunghissima requisitoria articolata dal Pubblico Ministero Alessandra Dolci la scorsa estate, ha retto. I nervi degli imputati, invece, no. Al grido “buffoni, buffoni” è stata accolta sabato la lettura del Gup nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi a Milano; anche gli stessi legali non hanno beneficiato di un “trattamento” molto diverso. Il primo pesantissimo troncone dell’inchiesta giunge quindi ad una conclusione storica. Il secondo, rappresentato dal processo ordinario che si sta celebrando in un’altra aula bunker, quella di Piazza Filangieri a Milano, procede a passo assai più lento. Tra i 110 condannati nell’ambito del “processo lampo” c’è anche Pasquale Varca, ritenuto il capo della locale di Erba. Nato nel 1963 ad Isola di Capo Rizzuto, Varca, al momento degli arresti residente a Bosisio Parini, è stato condannato a 15 anni di reclusione (il Pm ne aveva chiesti 18).  Affiliato alla ‘ndrangheta con la dote di “trequartino”, avrebbe rappresentato gli interessi della “cosca madre” degli Arena. Negli atti dell’indagine a suo carico, gli inquirenti hanno ricostruito la “prassi consolidata” dell’intestazione fittizia di beni e titolarità di società, al fine di sviluppare un vero e proprio controllo imprenditoriale occulto sul territorio (Erba e Lecco) cercando di sfuggire ad eventuali sequestri da parte dello Stato. I settori in cui si è registrato l’interessamento da parte di Varca andavano dal movimento terra al trasporto merci su strada fino a società immobiliari. In via Lucia a Lecco aveva la sede legale la società “Ecologica calolziese”, all’interno della quale – fino all’inizio del 2009 – figuravano Francesco Riillo e Michele Oppedisano (classe ’69, nipote del “capo del crimine” Don Micu Oppedisano, di Rosarno), anch’essi coinvolti negli arresti del 13 luglio 2010. “Compare” Pasquale si esprimeva così nel 2009 rispetto all’attività di un altro gruppo a lui molto caro, quello della “famiglia” Perego: “Nella Perego lavoretti ne ho e quando voglio ce l’ho sempre. Sono a casa nostra e a noi devono dare atto”. Anche il braccio armato del gruppo “‘ndrangheta snc” all’interno dell’azienda di Cassago, Salvatore Strangio, è stato condannato, precisamente a 12 anni di reclusione. Rispetto alla quasi egemonia nel campo degli appalti in Valtellina, il Pubblico Ministero Alessandra Dolci aveva riassunto così i programmi criminosi di Pasquale Varca: “Varca non è che voleva conseguire queste commesse unicamente per fare lavorare i suoi tre camion, voleva conseguire queste commesse per avere una funzione di supremazia e di coordinamento di una serie di altri soggetti calabresi, che sarebbero stati coinvolti nei lavori”. In attesa delle motivazioni di una sentenza che ha già fatto la storia di un territorio dove ancora si tende a minimizzare la “colonizzazione” ‘ndranghetista, non resta che seguire il lungo ed intricato iter del rito ordinario, che vede alla sbarra i 39 restanti imputati, tra i quali spicca l’impresario locale Ivano Perego.

PS: Luigi Vona detto “trecozze”, capo della locale di Canzo, è stato condannato a 10 anni; la Procura ne aveva richiesti 16.

Duccio Facchini
Qui Lecco Libera 

 

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