Processo Infinito: “depone” Ivano Perego (aggiornamento dall’aula)

Ore 9,34 – Aula bunker di piazza Filangieri, Milano.

In attesa dell’inizio dell’udienza del processo ordinario a seguito della maxi operazione “Infinito” del 13 luglio 2010. Quest’oggi è prevista la “deposizione” di Ivano Perego, imprenditore brianzolo accusato d’aver fatto entrare la ‘ndrangheta in azienda. Cercheremo di aggiornare il profilo Fb a seconda dei punti toccati dal Pubblico Ministero Alessandra Dolci e dalle parti (difesa Perego, parti civili e altri).

Ore 10,14 – Suona la campana: fa ingresso in aula la Corte presieduta dalla dottoressa Maria Luisa Balzarotti.

Ore 10,44 – Ivano Perego ricostruisce la galassia delle società del Gruppo. Dal 1971, data di nascita dell’azienda paterna, al 2008, quando la Perego Strade Srl cede il ramo alla Perego General Contractor. “Il lavoro c’era, era la finanza il problema”. Linea difensiva schiacciata sulle responsabilità dell’ex commercialista Carlomagno. Lui, Perego, “imprenditore brianzolo che non ha mai studiato”, si era “ciecamente fidato” di Andrea Pavone, che gli era stato presentato da un avvocato milanese (tal Azzolini) nel 2008 come un “bravo direttore finanziario”. Pavone entra nel Gruppo nella fine dell’estate 2008. Contratto verbale seguito da accordo scritto per 7mila euro al mese (anche se Pavone parla di 15mila). Nel settembre di quell’anno nasce “Perego General Contractor” (Pgc): al comando viene messo Andrea Pavone, con il 49% delle quote. Frase simbolica: “Pavone ha convinto tutti: banchieri, Provincia, sindacati. Tutti mi dicevano: finalmente uno che ne capisce di finanza in azienda”.

Ore 10,57 – “Andrea Pavone era l’amministratore di fatto della società. Io firmavo e basta. Lui seguiva banche, finanza pura, gestiva gli impiegati, i fornitori, i pagamenti: tutto lui. Mi sono fidato. Io firmavo assegni in bianco, del resto se ne occupavano Pavone e Zardoni (Paolo Zardoni, nda)”.
“Dottoressa, glielo ripeto, ci hanno plagiato (intendendo come vittime anche i suoi quattro fratelli, nda)”.
Ivano Perego sposa la linea “scajoliana” del “a mia insaputa”.

Ore 11,08 – Breve parentesi su un “grosso lavoro” per Esselunga a Novara. Ivano Perego racconta a braccio l’incontro con il manager Bernardo Caprotti, grazie al quale “sono diventato grosso”, per merito proprio di quel cantiere da 100.000mq. Carmine Verterame e Pasquale Varca (ricondotti dall’accusa alla locale di Erba) portavano 200 camion al giorno, per un anno intero. Uno spunto per ricostruire una rete di “padroncini calabresi” che lavoravano con il Gruppo fin dagli anni ’90. “Varca (Pasquale, nda) l’ho conosciuto nel 1992”.

Ore 11,16 – Perego: “I calabresi sono interessati a tutti i lavori di trasporto. Solo quello sanno fare. Tutte le aziende (come la Perego) hanno un trasportatore calabrese”.

Ore 11,24 – Pm: “Affrontiamo il capitolo della distrazione dalle casse del Gruppo di ingenti somme di denaro per il noleggio di lussuose autovetture che esulavano dai fini aziendali”. Perego: “Ho sempre avuto la passione per i motori, però io avevo un suv, un Porsche Cayenne normale”.

Ore 11,29 – “I pagamenti della Perego li ha sempre fatti Andrea (Pavone, nda), non entravo nel merito, allora era inutile avere un socio che si occupava della finanza. Io mi sono fidato”. Prosegue così la difesa dell’imprenditore di Cassago Brianza, che lo vuole costantemente all’oscuro delle manovre discutibili di Pavone. La lunga traversata dialettica: da imprenditore “colluso” a imprenditore “vittima”. I legali di Ivano Perego ascoltano. Andrea Pavone prende nota dietro le sbarre, piuttosto dimesso.

Ore 11,38 – Si parla della villa di Alzate Brianza intestata nel 2009 alla sorella di Ivano Perego, Elena, allora giovanissima (“gliel’hanno fatta comprare”). Sorprendentemente il canone veniva pagato con i soldi dell’azienda, in dichiarata difficoltà. Ancora una volta Perego preme sul plagio operato da Andrea Pavone: ci siamo fidati, mia sorella, una ragazzina, l’hanno rovinata. E si commuove.

Ore 12,20 – Nella metà del 2009, a seguito della pubblicazione di un articolo sul Corriere della Sera che accennava a possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri dell’Expo e di interessamenti della famiglia Strangio, si diffonde il panico tra i vertici del Gruppo. Ivano Perego, non è chiaro se inventandole di sana pianta o meno, fa leva su “fughe di notizie” ricevute da uomini delle forze dell’ordine per levarsi di torno Salvatore Strangio, ormai indigesto. Lunghe riletture delle conversazioni telefoniche da parte del Pm Dolci. Perego cerca di fornire un’interpretazione che appare oggettivamente poco credibile, come sulle frequentazioni assidue con i “calabresi”, gestiti operativamente da Perego tramite Strangio come fossero “suoi”. “Noi al Nord diciamo spesso “mio”. Mio padre, mio fratello, mio calabrese. Dovrei tagliarmi la lingua per questo”.

Ore 12,44 – “Chi ha una cava, al giorno d’oggi, ha una banca”. Ivano Perego.

Ore 12,58 – Finisce qui l’esame del Pubblico Ministero nei confronti di Ivano Perego. Dopo il tentativo di chiarire il rapporto con uomini politici come l’ex assessore regionale Massimo Ponzoni, l’esponente del centrodestra Emilio Santomauro e l’ex assessore della giunta Penati, Antonio Oliverio, si accenna al rapporto con appartenenti alle forze dell’ordine. Perego nega che Alberto Valsecchi, della polizia Stradale di Lecco, abbia mai fatto “favori” al Gruppo (identificare targhe, risolvere contravvenzioni notificate ai mezzi della Perego). “Era un amico di famiglia, giocava da piccolo con mio fratello”.

Pausa pranzo, si riprende alle 13,30.

Ore 13,57 – Riparte l’udienza. Ivano Perego si siede nuovamente dinanzi alla Corte, esaminato dall’avvocato di parte civile Belloni per conto del fallimento Perego Holding. Ancora una volta l’impresario gioca la carta della fiducia malamente riposta nelle mani dell’ex commercialista Carlomagno. L’impressione è che Perego, nel disperato tentativo di piegare la dura realtà tratteggiata nelle carte dell’inchiesta, più che imprenditore “vittima” stia assumendo i caratteri dell’imprenditore a dir poco sprovveduto.

Ore 14,19 – “Io non sapevo”. “Io mi fidavo”. “Io non ne capivo niente”. “Io lasciavo il libretto degli assegni firmati a Zardoni (Paolo, vedi quileccolibera.net) e Pavone”.

Ore 14,25 – La difesa di Ivano Perego rinuncia a porre domande. Non si capisce se per sconforto o completezza dell’esposizione dell’imputato. Equivoci a parte, propenderemmo più per la prima.

Ore 14,31 – Finisce qui l’esame di Ivano Perego.

La distanza abissale emersa tra le carte d’indagine e la rappresentazione offerta in aula dall’imprenditore brianzolo è stata enorme. Un’enormità che è inversamente proporzionale alla credibilità di chi l’ha ragionata, quella strategia, costruita e portata avanti in maniera goffa. Questa mattina l’accusa ha segnato un punto importante. Ciò che rattrista è la sensazione che Perego non l’abbia realizzato sino in fondo, intervallando alla sua versione d’argilla risate isteriche e giustificazioni divertite. Come se l’accusa d’aver trasformato l’azienda di famiglia in un grumo di interessi mafiosi – facendola peraltro sprofondare in un buco da 18 milioni di euro – fosse uno scherzo.

Duccio Facchini

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