La lettera aperta di Angelo Cupini. E la nostra risposta

Group of Edison lightbulbs

Angelo Cupini della Comunità di Via Gaggio ha scritto una lettera aperta al nostro gruppo. A muoverlo, l’iniziativa di questa sera (13 maggio) con Luca Rastello e il romanzo “I buoni”. Eccola, seguita dalla nostra risposta.


Lettera aperta a Qui Lecco Libera

Lecco 12 maggio 2014 (inviata alle 00.43 del 13)

Domani, martedì 13 maggio 2014, presenterete il romanzo di Luca Rastello I buoni (ed. ChiareLettere). Non potrò esserci perché al lavoro con un gruppo di giovani sul tema dello scavare il proprio pozzo (un itinerario/laboratorio rivolto a giovani dai 20 ai 35 anni, al terzo appuntamento).

Ho letto il romanzo alcune settimane fa, con interesse; ne ho parlato con amiche ed amici del Gruppo spiritualità del CNCA, abbiamo deciso di farne una lettura per interrogarci collettivamente e nel mese di luglio dedicheremo un tempo nel nostro incontro periodico a Parma presso la Comunità Betania.

Siamo persone, dalle varie parti d’Italia, abituate a riflettere e a interrogarsi sui propri vissuti.

Tutte/i abbiamo responsabilità nelle realtà che abbiamo costruito e stiamo accompagnando nel tempo. Ci siamo messi in discussione e continuiamo a farlo in rapporto a quanto la vita ci sta domandando, spesso ad alto rischio di incomprensione e sempre a spese nostre.

Mi sono domandato perché Qui Lecco libera propone alla città questa presentazione, assolutamente legittima; un’affermazione del valore letterario del romanzo ? (io non ho competenze al riguardo), un gesto di stima per l’autore ? porre un interrogativo a tutto il terzo settore e al territorio ? Nella mail che ho ricevuto questa mattina il libro è collegato a Metastasi. E’ una tesi ?

Se è così, come cittadino mi sento molto toccato e profondamente coinvolto.

Sono molto dispiaciuto e rifuggo  dal clima che sta oppressivamente occupando la città ed il territorio.Che questo clima non soffochi il futuro. Ho imparato nei miei anni che i fatti non vanno staccati e congelati fuori dai processi, come cellule impazzite; trovano conferma o sconfessione da quanto si è messo in moto. Imparare a leggere i fatti dal lato dei perdenti, diceva Bonhoeffer, è grande fortuna; per questo mi sento molto fortunato. I perdenti, non compromessi con i tanti poteri, possono raccontare con libertà tutto.

Ho conosciuto e lavorato insieme a Luigi Ciotti per molti anni; mi sembra difficile negare che nella figura di don Silvano non si voglia parlare di lui; mi dispiace profondamente l’attacco nel quale si rovesciano su lui e sul gruppo un elenco di cose brutte, nefande, non riconoscendo con un minimo di simpatia quanto lui e tantissimi con lui hanno generato nell’attenzioni alla vita dei territori. Tutti sappiamo che ogni organizzazione umana cresce e si sviluppa con tanti limiti, ma tante delle cose descritte vanno ben oltre questo e inducono a pensare che tutto quanto c’è nel libro sia una descrizione di quanto avviene in Libera e Gruppo Abele. Questa sovrapposizione tra romanzo e realtà non aiuta a capire cosa ci sia di vero e fondato e cosa no.

Non mi è piaciuto il titolo I buoni; non mi nascondo la retorica sul volontariatoche molti hanno alimentato, anche strumentalmente, in questi ultimi decenni: se non ci foste voi…. I buoni messi di fronte, penso, ai cattivi. Non mi sono mai collocato in quella categoria (i buoni); ho tentato di capire come si può essere utili, cordiali, normali.

Non mi ritrovo nella citazione di Fofi (che stimo) alla fine, siamo noi: il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia. Non mi sembra di vivere da anestetizzato come lo posso affermare anche per le tante persone che ogni giorno a la Casa sul Pozzo (è solo per dire una presenza sul territorio) vivono con giovani di tante parti del mondo allenando la città a qualcosa che non è mai stata sperimentata. 

Vorrei davvero che questo tempo della vita del territorio fosse speso nel cercare il vero, nell’aiutarci  a realizzarlo, nell’imparare a distinguere la mano destra dalla sinistra, non mutilandola. Riprendo una suggestione di Martini: abbiamo pianto qualche volta per la nostra città ?

Cordialmente.   Angelo Cupini

Risposta alla lettera aperta di Angelo Cupini
Lecco, 13 maggio 2014

Abbiamo ricevuto e letto con piacere la lettera aperta che Angelo Cupini ha deciso di scriverci a proposito della presentazione del libro “I buoni” di Luca Rastello, martedì 13 maggio.

Per provare a rispondere facciamo nostro -come lui, e forse ancor più di lui- il punto di vista dei “perdenti”, e cioè di coloro che, citando la lettera aperta, possono raccontare in libertà tutto senza temere lo scioglimento di nodi compromettenti con pezzi di poteri.

Abbiamo invitato Rastello per presentare alla città un romanzo che ha fatto discutere, ha smosso, ha disunito, ha raccontato un pezzo (anche) di “terzo settore” e (in generale) il rischio che la “solidarietà” (quelli definiti “progetti”) diventi circo e gli “ultimi” tramutati strumentalmente in alibi. Quindi sì, dal nostro punto di vista (mai autorevole quanto quello di Goffredo Fofi, che pur conviene), è un romanzo importante che merita d’esser letto e dibattuto. Ed è anche frutto di stima nutrita nei confronti di chi, come Rastello, ha raccontato i Balcani, il Sud America, l’Est Europa, i migranti e le frontiere, gli anni 70.

Sui riferimenti specifici a persone o fattispecie è l’autore che ne scrive, illustra, presenta e dunque ne risponde. Non siamo l’ufficio stampa di Rastello e l’unico modo per trovare risposte chiare è partecipare alla presentazione e sottoporgli la questione. Ce ne faremo interpreti, in ogni caso, ben consci però che ridurre il testo ad una sorta di biografia non autorizzata di Luigi Ciotti è un’osservazione poco approfondita: comoda.

Su Metastasi. Non abbiamo mai affiancato “I buoni” all’inchiesta e sostenere che la nostra sia una “tesi” è un abbaglio (nella mail ricevuta da Cupini, infatti, la separazione tra l’iniziativa del 13 maggio e il resoconto di quella del 7 è ben visibile). Il clima in ogni caso è torbido, sì, ma non l’abbiamo certo creato noi. Piuttosto, ma su questo vantiamo contatti più tiepidi a differenza d’altri, da coloro che nella vicenda che abbiamo ricostruito il 7 maggio figurano così ben poco degnamente. E continuano peraltro a mentire. Se rifiutare atti di fede e porre in discussione gli indiscutibili equivale a “soffocare il futuro” allora siamo in buona compagnia: Don Milani ha aperto la strada, riconoscendo che “l’obbedienza non è più una virtù”.

Ha ragione poi Angelo Cupini quando invita a non mutilare mani quanto a distinguerle. Non a caso, le nostre le abbiamo impiegate per recuperare, leggere, analizzare, sfogliare quelle pagine che alcuni vogliono e continuano a voler vedere celate, nascoste, non interpretate. Chi ha partecipato il 7 maggio (c’è la registrazione online sul nostro sito quileccolibera.net, in ogni caso) conosce rigore e buona fede. E può distinguere, e non confondere, chi è mosso da convinzione e chi da convenienza (ancora ieri qualcuno aveva l’animo di parlare di “sciacallaggio”).

Lo può fare -e siamo convinti lo farà, con la stessa trasparenza che ha impiegato per scriverci- anche Angelo Cupini. Lui, come noi, ha le carte di Metastasi. E lui, come noi, non sopporta l’ipocrisia di chi spaccia legalità vuota per coprire comportamenti intollerabili e inaccettabili, ed è persona pronta -come chi scrive ha già cercato di fare- a battere i pugni sul tavolo.

Qui Lecco Libera

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