Informazione e attualità


“Presunta morte naturale” – sabato 25 settembre

2 settembre 2010

“Presunta morte naturale”, così recitava il certificato di morte del Presidio Ospedaliero Protetto, il Sandro Pertini di Roma. Era morto da qualche ora Stefano Cucchi. Geometra romano scambiato per un sacco e poi abbandonato come un cane.

Storie di ordinaria violenza nel Paese delle “presunte morti naturali” e delle “accidentali cadute dalle scale”.

Ne discuteremo con Rita e Giovanni Cucchi, genitori di Stefano, e Mirko Mazzali, avvocato del foro milanese – impegnato da tempo per tutelare sopraffazioni patite per mano dello Stato.

SABATO 25 SETTEMBRE, ORE 21 – L’OFFICINA DELLA MUSICA

L’ingresso è libero. Fate girare la voce!

Il volantino della serata lo potete trovare e diffondere QUI.

QUI invece l’evento su FaceBook.

Qui Lecco Libera

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La contestazione a Marcello Dell’Utri

30 agosto 2010

Marcello Dell’Utri contestato duramente al “Parolario di Como”. Poveretto, han denunciato i vermi.

Non si fa!, ciascuno ha diritto di esprimersi. Che sia poi un cultore dell’omertà e un falsario poco importa. Ha detto bene il fine moderatore dell’incontro: “L’altro giorno ho presentato un libro con Capanna (Mario Capanna, ndr) e non è successo nulla, di cosa vi lamentate?”. Bel paragone, chissà come si sentirà l’interessato. Dinanzi alle critiche furiose, Marcello, che è uomo di mondo, ha fatto spallucce. Fosse stato per lui, uomo di un certo mondo, avrebbe continuato sereno ad insultare la Resistenza, elogiando mafiosi e furfanti.

Ci avvicina un questurino, particolarmente manesco, e ci fa: affari vostri, avete parlato con il voto. Un giurista di scuderia con il marsupio ed il prurito alle mani, che spettacolo! Che lo si paghi di tasca nostra è affar secondario. Da un lato, però, ha ragione: ce lo meritiamo.

Como pareva altrove, non l’Italia che ci sbatte in faccia tutti i giorni. Ragazzi come noi, senza bandiere dietro cui nascondersi, con la testa e la faccia, in prima linea ad affermare un principio sacrosanto: adesso basta! Loro occupano i media, facendo a brandelli concorrenza e pluralismo? E noi ci prendiamo il diritto di dirglielo in faccia quanto fetore emanano le loro coscienze.

Un giovane berlusconiano, avrà avuto vent’anni, se l’è presa: la fate troppo semplice, voi e i vostri libretti. Quale libretto?, un po’ di riguardo. “Dossier Mangano”, Kaos edizioni, è un presente per il Senatore. E’ autentico, potrebbe persino completarlo – data l’esperienza. Nulla di fatto, un cagnetto ci rifila pure un colpo alle spalle per farcelo cadere.

Oltre al metà-poliziotto-metà-guardaspalle, il personaggio più gradito è stato un signore distinto, avanti con l’età, con un foulard, a braccetto con figlia e nipoti. Al termine della gazzarra ci si avvicina, quasi intimidito. Aveva con sé degli appunti sul fascismo, probabilmente vissuti oltreché riassunti. Le leggi razziali, la guerra, Matteotti, la marcia su Roma. In primis ci ammonisce: avrei preferito un dibattito più tranquillo, mi ero preparato delle domande. Poi ci sorride: meglio così, avete fatto la cosa giusta.

Un applauso anche alle “forze dell’ordine” comasche. Non vorrei che il Questore si trovasse domattina gli scatoloni sulla scrivania. Altro che “trattamento Bocci”. Nicolò, Ago ed io abbiamo svolto lo striscione (e che striscione) recante “Marcello, baciamo le mani”. Ce l’hanno levato (con le brutte) ed è finita lì. Identificazione? Manco per sogno. Dritti in questura? Nemmeno.

Per chi s’è fatto qualche altra immersione nell’onorevole guano, questo trattamento è sembrato pure troppo soft. Ma come?, niente colpi proibiti?

C’è stato spazio anche per il rituale insulto alla Dell’Utri: sei solo un coglione. Per adesso ho accumulato un debito con il Senatore a due “coglione”. Al terzo potrei vincere un soggiorno a casa Verdini, magari si parlerà di legittimo impedimento.

Duccio Facchini

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Marcello, baciamo le mani

30 agosto 2010

A breve aggiornamenti.

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Rivabella: un bavaglio formato guard-rail

30 agosto 2010

Tutti a dire che esiste la “censura”: non è vero! O meglio, non è del tutto vero. Per rendersene conto basta esercitarsi nel fine settimana; compito a casa: trovare (e non è difficile) casi eclatanti di auto-censura, auto-bavaglio, penna spuntata detti anche genuflessione spontanea.

Per chi fosse a secco, è consigliato lo straordinario pezzo della Gazzetta di Lecco di sabato dal titolo “Al Bione arriva il guard-rail”. Sommario: “La barriera proteggerà la pista ciclo-pedonale. Cantiere chiuso in 15 giorni”. Mancava “che culo” ed eravamo a posto.

Piccolo flashback per lecchesi distratti e lettori forestieri: una volta esisteva una strada, conciata male per carità, in certi punti anche pericolosa, parallela all’arteria principale che unisce Lecco a Chiuso, quindi a Vercurago e Calolziocorte. In vista dell’illuminato progetto della “Lecco-Bergamo”, voluto dal centro-sinistra lecchese, s’è deciso di “valorizzare” quel tratto stradale, che nel frattempo aveva accolto un polmone verde fatto di pista ciclo-pedonale e prato curato. Nel vocabolario dei politicanti contemporanei “valorizzare” significa stravolgere. Quel tratto stradale infatti, grazie a fini pianificazioni della classe dirigente nostrana, vedeva spesso il formarsi di una fastidiosa coda presso il passaggio a livello, zona Chiuso. Come risolvere il problema? Soluzione “disfattista”: perché non creare una corsia di decelerazione (venendo da Vercurago), così da contrastare il costituirsi dell’ingorgo? Risposta “riformista”: questa è utopia, bisogna avere il coraggio di intervenire. E’ quindi ora di costruire un sovrappasso, alla modica cifra di circa dieci milioni di euro, per scavalcare il passaggio a livello e raggiungere l’ipotetico ingresso di una gigantesca galleria (altra soluzione “riformista” e quindi bi-partisan).

Vuoi che si costruisca un sovrappasso senza “valorizzare” il tratto che lo unisce all’uscita del tunnel del Barro in zona Bione? Certamente no! Ecco allora l’allargamento a dieci metro e mezzo del tratto stradale, con conseguente rapina di quel poco di verde a Rivabella. Con il verde se n’è andata pure la logica di quel polmone. Che senso ha del resto una zona ciclo-pedonale affiancata ad una strada a veloce percorrenza, con una mole di traffico totalmente stravolta?

Non si afferra perciò il sollievo della Gazzetta e la soddisfazione dell’assessore provinciale Simonetti. Basterà una muraglia (d’acciaio o di legno, non si sa) ad arginare le conseguenze evidenti del traffico (inquinamento, rumore, incidenti)? Dipende: siete riformisti o disfattisti?

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Il degrado sono io

27 agosto 2010

Di questi tempi è raro riflettere. L’opportunità della “predica ai convertiti” è una strada che stuzzica i più, ammutolendo i pochi. Il Manifesto di ieri ha pubblicato “Il degrado sono io”, scritto daLuca Rastello, giornalista e scrittore che – grazie all’anima del centro Khorakhanè, Paolo – è passato (e in qualche modo rimasto) qui a Lecco. Di questi tempi è raro riflettere così come è raro approfondire, cercare di costruire una narrazione non per parlarsi addosso ma per parlarsi. L’elogio laico che Rastello fa della precisione, a dispetto di una Memoria e di una Legalità troppe volte schiacciate su prospettive dominanti, merita attenzione.

Ci permettiamo di riproporvelo, augurandoci di aprire un dibattito qui, tra noi, “convertiti” e perplessi.

Il padrone di casa mi saluta con uno dei suoi sorrisi asciutti e parte al galoppo leggero. Va a prendermi la cena. Altri due cavalieri si incrociano sul tornante e si fermano a conversare, dai tetti delle case esce il primo fumo e le ombre delle montagne si fanno più lunghe.
Sono in un villaggio del Caucaso annidato su valli abissali e foreste, rifugio in pietra nera di nomadi pastori. Unico al mondo per mille ragioni, prima di tutto la memoria viva di un matriarcato non così lontano nel tempo da non lasciare tracce tangibili, come il linguaggio che usa vocabolari diversi a seconda del genere: uno banale e abbreviato se ci si rivolge a un uomo, uno aggraziato e cortese se l’interlocutore è donna. Visi antichi, osterie selvatiche di strada dove il fuoco per l’ospite è attizzato con il fön, cumuli di mattonelle di sterco che saranno isolante per i muri e combustibile d’inverno. Villaggio seminale, a fine strada di ogni strada, appeso a cime così alte da non riuscire a immaginarle, dominato soltanto dalle praterie del cielo e da una piccola base militare che sorveglia la via del Daghestan, fatta inquietante non dalle dimensioni né dalla presenza discreta dei soldati in assetto di guerriglia, ma dalla posizione annidata in cima ai tornanti percorsi da lenti, misteriosi cavalieri. Terra del silenzio e della differenza, un’aquila si alza tranquilla dalla strada, indifferente agli umani, una casetta austera per la notte, coperta di fango e paglia, con la veranda di legno puntata alle cime e agli accampamenti dei pastori.
Vorresti tacere ma non lo fai.
Solo ornamento, una greca di legno che corre lungo le pareti a un metro di altezza, solo arredo i letti e i tappeti a terra e alle pareti. Ma nella sala dabbasso, dove si mangia, c’è una copia di un settimanale patinato italiano noto per l’inchiesta e il reportage. Un bell’articolo, firmato da uno degli inviati più prestigiosi del nostro giornalismo, descrive il villaggio e la sua eccezione (l’autore la chiama «meravigliosa biodiversità»). A seguire, il giornale propone: «Sesso. Che vite complicate nelle hotline»; «Personaggi. Reverendo stile punk»; «Design. Dillo con un fiore: cedri appesi all’interno di teche con le radici al vento. Il flower artist Makoto Azuma riscrive la tradizione mostrando quello che un’orchidea può raccontare di noi»; «Relazioni. Perché è così difficile incontrarsi e trovare un partner da grandi? Forse dipende dal fatto che non sappiamo più riconoscere il nostro status erotico e culturale»; «Solidarietà. Piacciono perché straniere. Poi rimangono incinte e gli uomini italiani scappano. Ma oggi un’associazione a Roma offre cibo, aiuti e futuro»; «Full Geisha. Miglior casa di massaggi a Torino, centro Es, chiedete il trattamento Full Geisha, un’ora e mezzo per tornare bambini». (Bene, così sappiamo anche che idea si ha dalle mie parti dei bambini). «Fenomeni. Sentirsi come lei. Mamma e figlia sempre più vicine, si fanno confidenze, vestono gli stessi abiti, partono insieme per le vacanze. Così le over-fifty si muovono come teenager»; «Ipnotica-Neossenze. Le ultime creazioni invitano all’abbandono dei sensi»; «Pionieri. Tutti come Chatwin: i profumi maschili esplorano nuovi territori extrasensoriali. Per uomini più audaci e leali». (Foto dello scrittore pensoso). Quindi: Neoalchimie. Potere dell’attimo, Beauty Cronache, Ho l’intimo in testa! La vacanza dove tutto fa tendenza!! Senza dimenticare che «L’età cerebrale di Nicole Kidman è migliorata».
Chiudo il giornale – è un settimanale di opposizione – e mi rifugio con la mente nella tv italiana, quella buona, che resta. Non la vedo, la immagino: c’è una manifestazione contro la legge-bavaglio, un giornalista in camicia dichiara che lui è la nuova resistenza. Lui e i colleghi. Segue trasmissione-dibattito del martedì (o era del giovedì? o l’hanno chiusa? o era satira?). Un amico mi diceva: «Siamo stupidi e non possiamo non esserlo, se aprissimo gli occhi vedremmo la morte al galoppo». Una fitta alla pancia, nere le feci: lui pensava ostinatamente agli spaghetti al nero di seppia mangiati qualche sera prima, e intanto lo divorava un carcinoma allo stomaco. Che si può cercare nelle vertigini del Caucaso se non una via di fuga? È un’ingenuità, d’accordo, l’ingenuità dell’animale braccato. E se io stessi fuggendo, da che cosa? Per esempio dall’ipertrofia della comunicazione, dal mio lavoro che vive di sola rappresentazione e, peggio, di autorappresentazione virtuosa: quel lavoro occulto che impegna la mente a rendere tollerabile la connivenza, la resa, la vita da curvi intorno al potere, all’ombra del potere. E quel lavoro che ha bisogno di bambini morti per titolare, di angeli e rabbia e funerali. Dal potere. Dalla retorica della memoria che dovrebbe essere nemica dell’oblio e invece lo è della precisione. Dalla velocità e dalla lentezza, dal cellulare, dal cemento e dalla finanza. Dai ragazzi ancora acerbi e già costretti a deformarsi nei corridoi degli assessorati alle politiche giovanili. Dal consenso. Dall’happy our. Dalla coda scorrevole in tangenziale. Dal premio Pulitzer che ritira l’Oscar in compagnia di due Nobel e dichiara che si sente solo e abbandonato. Dagli indignati professionali e dagli eroi civili che cantano – in voce di contrappunto – nello stesso coro che condannano, e sì, dai loro lacché e dai gruppi dei loro fan su Facebook. E dagli umoristi ingordi. E dai giornalisti d’inchiesta. Da tutti quelli che hanno parte giusta nella commedia del mondo com’è, anche se è la parte di chi sta contro. Dalle maggioranze, anche quando si proclamano minoranze. Dall’evento e dai festival degli eventi. Dalla forfora e dalla cellulite e dal fitness e dalla voce suadente che mi ricorda insistente: «prenditi cura di te» o mi ripete che valgo. Dal cioccolato. Dallo stile. Dall’ironia, il modo postmoderno dell’adesione.
Non ho scampo, neanche quassù: ormai si è accesa la mia tv mentale. Faccio un po’ di zapping, per carità solo canali indipendenti, informazione critica. Anche sui miei canali mentali, però, è spettacolo che non celebra altro che se stesso. Sono canali che pullulano di icone indiscutibili, figure di un bene assoluto contrapposto a mali che nessun individuo sano di mente potrebbe qualificare altrimenti. Santa Legalità, Santa Memoria, Santa Cultura e i loro eroi-sacerdoti, per esempio. Li trovo ovunque, fra una neossenza e una beauty-cronaca. Nomi nobili, santi sociali, profeti civili. E attrezzi per operazioni di marketing di cui il target sono io, insieme a tutti i presunti spiriti liberi che mi circondano. Leggo, sui giornali della mia personale Wishful Left, titoli come «Napoli: la città si libera dalla mafie» (Terra del maggio 2009), è una sorpresa piacevole: io da solo non me ne ero accorto. Annuisco composto e conforme in presenza di santa Legalità, feticcio supremo. Come si fa a non concordare su un valore che schiera per natura e, di passaggio, schiera a priori dalla parte dell’ordine? Identifica nemici perfetti (quasi sempre pluralia tantum: «le mafie», «le droghe», «i terroristi»), quelli che qualificano come sospetto chiunque esiti nell’esecrare. Applaudo ogni epifania di santa Memoria: come potrei non mettere legna sotto il sacro calderone della memoria? Come negare un incremento di memoria, un omaggio alla memoria, una giornata della memoria, un’aiuola della memoria, uno spartitraffico partecipato?
A Tuzla una commissione classifica le ossa tolte dalle fosse comuni per dare un nome e un indirizzo ai vecchi abitanti di una terra sterminata e sequestrata. Sergio Gonzalez Rodriguez, perseguitato senza scorta (per aver indagato sugli eccidi a Ciudad Juarez), sognava un’anagrafe delle donne scomparse sul confine fra Messico e Usa: per questa gente il contrario di oblio non è memoria, cioè una narrazione d’autore selettiva e arbitraria, ma precisione.
Precisione è una parente imbarazzante al mercato delle emozioni: quel che mi serve qui è approssimare e desiderare, immaginare e rappresentare. Serve a schierarmi, a poter guardare il mondo accigliato, rassicurato dalla mia indignazione; di passaggio posso anche dare un’occhiata ai nuovi profumi maschili. Serve a trasferire il conflitto nell’orizzonte del simbolico, orizzonte moralista prima che morale. Robert Hughes, critico d’arte di Time, sosteneva che la politica in era postmoderna «è predica ai convertiti: consiste essenzialmente nel prendere un’idea ineccepibile nella sua ovvietà (“il razzismo è male”) e poi darle una cifra emotivamente coinvolgente». Se non aderisco non entro nel circolo dei virtuosi, disturbo il bisogno di conciliazione e appagamento che è invece pienamente soddisfatto da un atteggiamento critico inscritto a dovere entro i meccanismi dello spettacolo. Non è necessario scavare, c’è chi lo fa per me. L’eroe civile, il magistrato coraggioso, il prete impegnato, il volontario, lo scrittore perseguitato, il chirurgo di guerra, il giornalista del giovedì. Mi basta cliccare sul club dei fan di qualcuno di questi eroi. Sostituisco la democrazia con Facebook, in cambio mi sarà concesso di consumare ogni bene disponibile sul mercato senza macchia o sospetto di macchia sulla coscienza critica: di sinistra anche le mie Prada, niente a che vedere con la volgarità del potere. O le mie Birkenstock, se decido che la mia tribù di consumo è un’altra.
Con l’avvento della produzione industriale dell’informazione, individui e società sono indotti a una forma di lavoro mentale forzato – quello che Ivan Illich chiamò il lavoro-ombra – che consuma parte essenziale del tempo e delle energie a produrre il desiderio di vivere entro il meccanismo dominante, che stritola e divora gli stessi desideranti, invischiati in un sogno di benessere la cui contropartita è niente meno che l’annientamento della specie e del suo ambiente. Il buon senso critico, l’indignazione spettacolarizzata, l’ipertrofia comunicativa che caratterizzano chi si pensa opposizione in Italia sono forme targettizzate di lavoro-ombra. Non importa se in tv ci sono nani e ballerine oppure vignettisti e principesse di sinistra: «Si provi – diceva Illich – a calcolare il tempo e l’energia spese da una famiglia a vedere la tv e poi, dopo averla spenta, a fare commenti e sogni su quanto la tv ha passato, e si avrà la misura del lavoro ombra che invidui, famiglie, società intere sviluppano per tenere in piedi il sistema industriale: molto più tempo di quello che viene dedicato a lavoro remunerato e vita biologica». Ogni gruppo, famiglia, individuo, diventa una fabbrica di immaginazioni, illusioni, speranze, e in ultima analisi di identificazione con le classi sociali (o i ceti culturali) dominanti, quelli che davvero – loro sì – godono i benefici del sistema industriale. Lavorano a domicilio per chi li divora, e non è solo solo la tv a produrre lavoro-ombra: ci sono le retoriche politiche, le feticizzazioni benintenzionate, il giornalismo a effetto (pro o contro), e c’è Santa Cultura, con la rete degli eventi e dei festival che la nutre, facendone un bene da desiderare in sé, una merce da rendere accessibile al consumo. Il più puro e benintenzionato degli eroi, scrittore, chirurgo, prete, giornalista o magistrato, consegnato alla rete spettacolare, alla retorica sia pure indignata, non solo lavoratore-ombra: è caporale del bracciantato-ombra. Il nome dei valori civili che enuncia è un brand come un altro, destinato a una branca dell’industria del desiderio, identificata attraverso strategie di marketing, per un prodotto confezionato a misura di un cliente-target di cui si è tracciato il profilo. A valle rimane un campionario di oggetti privati di valore d’uso: «democrazia» anziché democrazia, «partecipazione» anziché partecipazione. Roba che vale quanto «Eventi», «Neoalchimie», «Full Geisha», «Tendenze»…
Ci sarà un girone infernale per quelli che pettinano il mondo e rendono tollerabile l’intollerabile? Ci sarà mai fiato, in una terra capace di inventare la categoria del «giornalismo d’inchiesta» (altrove sarebbe soltanto una tautologia), con relativo festival, tanto per dar vita a un altro club? Ci sarà un modo per non mettere Berlusconi al centro dei miei pensieri, delle mie percezioni, dei miei desideri?
Servirebbe un movimento di liberazione, ma non è più tempo di decolonizzazioni. Mi nutro del degrado cantandolo, sia pure in voce di contrappunto, mi accontento dell’iscrizione al circolo dei virtuosi, opero pieno di buona volontà nelle maquiladoras del lavoro-ombra: semplicemente e senza mediazioni, il degrado sono io. Esco all’aria, quella frizzante di montagne alte cinquemila metri. Fa freddo, il vento colpisce di taglio, ho mal di testa. Ma non è niente: ho solo mangiato spaghetti al nero di seppia.

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Un saluto particolare al Prefetto Nicola Prete

25 agosto 2010

(foto da Merate On Line)

Siamo stati degli ingenui. Ieri pomeriggio, circondato da “autorità”, politici, forze dell’ordine e imprenditori, l’ormai ex Prefetto Nicola Prete ha pronunciato il suo personalissimo “addio ai monti”. Le tartine non mancano mai. Stando alla cronaca fornita dal quotidiano MerateOnLine, pare che al termine dell’accorato e originalissimo discorso di commiato dell’ex Prefetto Prete sia stato offerto un “rinfresco” presso la Canottieri di Lecco.

Fin qui nulla di sorprendente. Salvo un’immagine, quella che trovate in testa al commento. A destra è raffigurato l’ex Prefetto Prete, co-autore (tra le altre magie) dello scambio torbido tra Comune e Prefettura del bene “Wall Street”; al centro ecco l’ex sindaco di Lecco, Antonella Faggi. A sinistra, sorridente, si riconosce l’ex Questore Vincenzo Ricciardi – oggi impegnato a Novara.

Insieme a Salvo la Barbera e Mario Bo, il distinto Ricciardi risulta indagato dalla Procura di Caltanissetta per “calunnia aggravata”, ovvero depistaggio delle indagini immediatamente successive all’attentato del 19 luglio 1992 dove furono trucidati Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Tralasciando i “dettagli”, vorremmo salutare il dottor Prete (diretto a Brindisi) con un contributo video che possa rinfrescargli la memoria su quanto combinato in materia di beni confiscati alla ‘Ndrangheta lecchese.

Qui Lecco Libera

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Costituzione materiale

24 agosto 2010

Le sorti del Governo Berlusconi sono nelle mani di Tremonti, Bossi e dello stesso Premier. Fini e Casini recitano al meglio la parte dei determinati e determinanti, sapendo bene che tali non sono. Presso i cortigiani del Presidente del Consiglio si è fatta largo la tesi della “costituzione materiale” contrapposta alla “costutizione formale”, quella di carta (straccia, per i giuristi della maggioranza). Proprio ieri mattina abbiamo dato spazio all’analisi di Michele Ainis dedicata all’Articolo 88 della Costituzione. I berlusconiani, profondi conoscitori della Carta (“Credo che ogni parlamentare debba rispettare il mandato ricevuto”, Michele Vittoria Brambilla sul Corriere della Sera di quest’oggi, pag. 5), temono che Napolitano osi comportarsi come Scalfaro nel ’94, quando fu Bossi a sgambettare “Cesare”. Sciogliere le camere e sondare la strada per la formazione di governi alternativi a quello capitolato, com’è nelle facoltà del Presidente della Repubblica, significa calpestare la “volontà popolare”. Chiunque s’azzardi ad applicare parte della Costituzione, qualora vi siano le condizioni necessarie, è un “eversivo”, “traditore”, “trafficone”. La “costituzione materiale” (cioè la loro) vince sempre sulla “costituzione cartacea” (cioè quella “filosovietica” e decrepita).

Le reazioni sono note: chi “difende” Napolitano (o meglio: la Costituzione) e chi spara a pallettoni carichi di peronismo. E’ sempre stato così? Gli odierni difensori delle prerogative del Capo dello Stato hanno la credibilità per portare avanti questa battaglia sacrosanta? Piero Fassino (e quindi Massimo D’Alema, e quindi tre quarti del Partito Democratico) no.

Il 6 maggio del 2006, infatti, il Foglio di Giuliano Ferrara dava eco alle parole dell’allora segretario dei Ds, schierato senza se e senza ma a favore della candidatura di Massimo D’Alema al Quirinale. Riportiamo fedelmente:

“Non siamo una Repubblica presidenziale, né lo dobbiamo diventare. Ma è essenziale che il prossimo presidente svolga un ruolo di garanzia e di coesione che contribuisca ad un clima nuovo e ad aprire una nuova stagione nella vita delle istituzioni della Repubblica”. Fassino indica quattro punti fondamentali che riassumono queste sue intenzioni e le collegano al nome di D’Alema. Primo: “L’assicurazione che se il governo di Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini“.

“Principio tipico”, “democrazie dell’alternanza”, “voto dei cittadini”? Simili strafalcioni culturali hanno permesso in questi ultimi giorni a Fabrizio Cicchitto, Pdl, di far (giustamente) la voce grossa. “Ma come? Nel 2006 valeva questo “principio tipico” e quattro anni dopo no?”. Un oppositore (politico e culturale) degno di questo nome dovrebbe rispondere seccamente: “non valeva allora e non vale certamente oggi”. I leader democratici, contando sulla smemoratezza e la disperazione del proprio elettorato, dal basso della propria faccia di bronzo, fanno un passaggio in meno: se ne fregano. Evviva l’Alternativa!

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Formalismi

23 agosto 2010

Dalle colonne de La Stampa di stamane, il costituzionalista Michele Ainis chiarisce ciò che il “Monarca” equivoca. Aspettando le “squadre della Libertà”.

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La viltà di Sarkozy

22 agosto 2010

L’ex fascista, idolo dei Democratici, nonché scafato scopritore della “logica aziendale” del passato padroncino, è un fan sfegatato dell’epigono della Destra liberale europea: Nicolas Sarkozy. Di seguito l’editoriale di Marco d’Eramo sul Manifesto del 19 agosto.

E così oggi saranno 700 zingari a pagare il conto per la miliardaria evasione fiscale della donna più ricca di Francia, Liliane Bettencourt, erede dell’impero de L’Oréal. Questo scandalo infatti ha indebolito a tal punto il presidente Nicholas Sarkozy da spingerlo a compiere qualunque passo, anche il più inumano, il più demagogico, il più incostituzionale, persino il più inutile, pur d’invertire la caduta libera della sua popolarità nei sondaggi d’opinione, che si era già constatata nelle elezioni regionali di marzo quando aveva preso una bella batosta. E in periodo di crisi economica – come si vide in Germania negli anni ’30 -, non c’è strategia più popolare che quella di cercare un capro espiatorio e alimentare una bella vampata di xenofobia.
Perciò il presidente ha proposto di togliere la cittadinanza a quei cittadini di «origine straniera» che uccidono o feriscono un poliziotto. Perciò ha smantellato 51 accampamenti gitani. Perciò oggi la Francia concerà a deportare 700 zingari, come se tutto il problema dell’insicurezza venisse da quei 15.000 rom che vivono in Francia (su circa 60 milioni di residenti). Questa deportazione è illegale, poiché gli zingari sono cittadini europei (nel 2007 Romania e Bulgaria sono entrate nella Unione europea) cui è garantita libertà di movimento e di residenza all’interno dell’Ue. Va contro le sollecitazioni del Consiglio d’Europa che ha esplicitamente invitato i governi membri a non espellere i rom. È inumana perché disintegra famiglie e allontana persone che – a volte da generazioni – vivevano sul suolo francese, e taluni erano diventati cittadini francesi.
Certo, in Europa prendersela con gli zingari è sempre stato lo sport per cui i potenti sono sempre andati matti. In senso letterale: la caccia allo zingaro era praticata a cavallo e con le mute di cani dagli aristocratici europei nel ’500, proprio come la caccia alla volpe è popolare tra i gentlemen inglesi. Contro i rom, i nazisti praticarono la stessa politica di sterminio che usarono verso gli ebrei. Ma anche nel genocidio i rom furono discriminati e il loro Olocausto non è mai stato riconosciuto, né tanto meno risarcito. Non a caso perciò, persino un deputato del partito di Sarkozy ha paragonato la deportazione di oggi alle retate di ebrei francesi durante la seconda guerra mondiale. Sprigiona un rancido retrogusto di viltà da questa politica di Sarkozy.
Che, per finire, è totalmente inutile e quindi squisitamente demagogica: negli ultimi anni il governo francese ha espulso ogni anno circa 8.000-8.500 rom. Eppure continua a essere stabile il numero di zingari in Francia, intorno ai 15.000. Vuol dire che con la tenacia a cui sono allenati gli oppressi, i rom cacciati tornano; ricacciati, tornano ancora. Francesi a modo loro, ma incrollabilmente francesi. Una volta la Francia si vantava di essere terra d’asilo. Si vantava degli «immortali» principi del 1789. Ma evidentemente il fatuo consorte di Carla Bruni con questi sacri principi – ci si passi l’espressione – ci si pulisce.

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Antonio Ruskoni

19 agosto 2010

«Partecipo al cordoglio per la scomparsa del Presidente emerito Francesco Cossiga, persona che ha ricoperto con grande rigore all’interno della storia politica della Democrazia Cristiana tutte le cariche istituzionali più importanti, compreso come Ministro dell’Interno il drammatico periodo del rapimento di Aldo Moro e della lotta al terrorismo. Durante il mio impegno parlamentare, è cresciuta poi una vera amicizia consolidatasi nel periodo delle cure svolte dal Presidente a Villa Beretta negli anni 2005 -2006. In quelle occasioni, in numerosi incontri ho potuto conoscere la sua grande cultura, di cui rimane come ricordo un felice scambio di libri, la sua curiosità di conoscere anche argomenti nuovi come tutti i dati su ‘calciopoli’ che una Commissione di Indagine della Camera stava elaborando e la sua disponibilità a incontrare tante figure istituzionali e imprenditori del territorio lecchese»

Antonio Rusconi, senatore del Partito Democratico

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