Cultura


“Presunta morte naturale” – sabato 25 settembre

2 settembre 2010

“Presunta morte naturale”, così recitava il certificato di morte del Presidio Ospedaliero Protetto, il Sandro Pertini di Roma. Era morto da qualche ora Stefano Cucchi. Geometra romano scambiato per un sacco e poi abbandonato come un cane.

Storie di ordinaria violenza nel Paese delle “presunte morti naturali” e delle “accidentali cadute dalle scale”.

Ne discuteremo con Rita e Giovanni Cucchi, genitori di Stefano, e Mirko Mazzali, avvocato del foro milanese – impegnato da tempo per tutelare sopraffazioni patite per mano dello Stato.

SABATO 25 SETTEMBRE, ORE 21 – L’OFFICINA DELLA MUSICA

L’ingresso è libero. Fate girare la voce!

Il volantino della serata lo potete trovare e diffondere QUI.

QUI invece l’evento su FaceBook.

Qui Lecco Libera

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Rivabella: un bavaglio formato guard-rail

30 agosto 2010

Tutti a dire che esiste la “censura”: non è vero! O meglio, non è del tutto vero. Per rendersene conto basta esercitarsi nel fine settimana; compito a casa: trovare (e non è difficile) casi eclatanti di auto-censura, auto-bavaglio, penna spuntata detti anche genuflessione spontanea.

Per chi fosse a secco, è consigliato lo straordinario pezzo della Gazzetta di Lecco di sabato dal titolo “Al Bione arriva il guard-rail”. Sommario: “La barriera proteggerà la pista ciclo-pedonale. Cantiere chiuso in 15 giorni”. Mancava “che culo” ed eravamo a posto.

Piccolo flashback per lecchesi distratti e lettori forestieri: una volta esisteva una strada, conciata male per carità, in certi punti anche pericolosa, parallela all’arteria principale che unisce Lecco a Chiuso, quindi a Vercurago e Calolziocorte. In vista dell’illuminato progetto della “Lecco-Bergamo”, voluto dal centro-sinistra lecchese, s’è deciso di “valorizzare” quel tratto stradale, che nel frattempo aveva accolto un polmone verde fatto di pista ciclo-pedonale e prato curato. Nel vocabolario dei politicanti contemporanei “valorizzare” significa stravolgere. Quel tratto stradale infatti, grazie a fini pianificazioni della classe dirigente nostrana, vedeva spesso il formarsi di una fastidiosa coda presso il passaggio a livello, zona Chiuso. Come risolvere il problema? Soluzione “disfattista”: perché non creare una corsia di decelerazione (venendo da Vercurago), così da contrastare il costituirsi dell’ingorgo? Risposta “riformista”: questa è utopia, bisogna avere il coraggio di intervenire. E’ quindi ora di costruire un sovrappasso, alla modica cifra di circa dieci milioni di euro, per scavalcare il passaggio a livello e raggiungere l’ipotetico ingresso di una gigantesca galleria (altra soluzione “riformista” e quindi bi-partisan).

Vuoi che si costruisca un sovrappasso senza “valorizzare” il tratto che lo unisce all’uscita del tunnel del Barro in zona Bione? Certamente no! Ecco allora l’allargamento a dieci metro e mezzo del tratto stradale, con conseguente rapina di quel poco di verde a Rivabella. Con il verde se n’è andata pure la logica di quel polmone. Che senso ha del resto una zona ciclo-pedonale affiancata ad una strada a veloce percorrenza, con una mole di traffico totalmente stravolta?

Non si afferra perciò il sollievo della Gazzetta e la soddisfazione dell’assessore provinciale Simonetti. Basterà una muraglia (d’acciaio o di legno, non si sa) ad arginare le conseguenze evidenti del traffico (inquinamento, rumore, incidenti)? Dipende: siete riformisti o disfattisti?

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Il degrado sono io

27 agosto 2010

Di questi tempi è raro riflettere. L’opportunità della “predica ai convertiti” è una strada che stuzzica i più, ammutolendo i pochi. Il Manifesto di ieri ha pubblicato “Il degrado sono io”, scritto daLuca Rastello, giornalista e scrittore che – grazie all’anima del centro Khorakhanè, Paolo – è passato (e in qualche modo rimasto) qui a Lecco. Di questi tempi è raro riflettere così come è raro approfondire, cercare di costruire una narrazione non per parlarsi addosso ma per parlarsi. L’elogio laico che Rastello fa della precisione, a dispetto di una Memoria e di una Legalità troppe volte schiacciate su prospettive dominanti, merita attenzione.

Ci permettiamo di riproporvelo, augurandoci di aprire un dibattito qui, tra noi, “convertiti” e perplessi.

Il padrone di casa mi saluta con uno dei suoi sorrisi asciutti e parte al galoppo leggero. Va a prendermi la cena. Altri due cavalieri si incrociano sul tornante e si fermano a conversare, dai tetti delle case esce il primo fumo e le ombre delle montagne si fanno più lunghe.
Sono in un villaggio del Caucaso annidato su valli abissali e foreste, rifugio in pietra nera di nomadi pastori. Unico al mondo per mille ragioni, prima di tutto la memoria viva di un matriarcato non così lontano nel tempo da non lasciare tracce tangibili, come il linguaggio che usa vocabolari diversi a seconda del genere: uno banale e abbreviato se ci si rivolge a un uomo, uno aggraziato e cortese se l’interlocutore è donna. Visi antichi, osterie selvatiche di strada dove il fuoco per l’ospite è attizzato con il fön, cumuli di mattonelle di sterco che saranno isolante per i muri e combustibile d’inverno. Villaggio seminale, a fine strada di ogni strada, appeso a cime così alte da non riuscire a immaginarle, dominato soltanto dalle praterie del cielo e da una piccola base militare che sorveglia la via del Daghestan, fatta inquietante non dalle dimensioni né dalla presenza discreta dei soldati in assetto di guerriglia, ma dalla posizione annidata in cima ai tornanti percorsi da lenti, misteriosi cavalieri. Terra del silenzio e della differenza, un’aquila si alza tranquilla dalla strada, indifferente agli umani, una casetta austera per la notte, coperta di fango e paglia, con la veranda di legno puntata alle cime e agli accampamenti dei pastori.
Vorresti tacere ma non lo fai.
Solo ornamento, una greca di legno che corre lungo le pareti a un metro di altezza, solo arredo i letti e i tappeti a terra e alle pareti. Ma nella sala dabbasso, dove si mangia, c’è una copia di un settimanale patinato italiano noto per l’inchiesta e il reportage. Un bell’articolo, firmato da uno degli inviati più prestigiosi del nostro giornalismo, descrive il villaggio e la sua eccezione (l’autore la chiama «meravigliosa biodiversità»). A seguire, il giornale propone: «Sesso. Che vite complicate nelle hotline»; «Personaggi. Reverendo stile punk»; «Design. Dillo con un fiore: cedri appesi all’interno di teche con le radici al vento. Il flower artist Makoto Azuma riscrive la tradizione mostrando quello che un’orchidea può raccontare di noi»; «Relazioni. Perché è così difficile incontrarsi e trovare un partner da grandi? Forse dipende dal fatto che non sappiamo più riconoscere il nostro status erotico e culturale»; «Solidarietà. Piacciono perché straniere. Poi rimangono incinte e gli uomini italiani scappano. Ma oggi un’associazione a Roma offre cibo, aiuti e futuro»; «Full Geisha. Miglior casa di massaggi a Torino, centro Es, chiedete il trattamento Full Geisha, un’ora e mezzo per tornare bambini». (Bene, così sappiamo anche che idea si ha dalle mie parti dei bambini). «Fenomeni. Sentirsi come lei. Mamma e figlia sempre più vicine, si fanno confidenze, vestono gli stessi abiti, partono insieme per le vacanze. Così le over-fifty si muovono come teenager»; «Ipnotica-Neossenze. Le ultime creazioni invitano all’abbandono dei sensi»; «Pionieri. Tutti come Chatwin: i profumi maschili esplorano nuovi territori extrasensoriali. Per uomini più audaci e leali». (Foto dello scrittore pensoso). Quindi: Neoalchimie. Potere dell’attimo, Beauty Cronache, Ho l’intimo in testa! La vacanza dove tutto fa tendenza!! Senza dimenticare che «L’età cerebrale di Nicole Kidman è migliorata».
Chiudo il giornale – è un settimanale di opposizione – e mi rifugio con la mente nella tv italiana, quella buona, che resta. Non la vedo, la immagino: c’è una manifestazione contro la legge-bavaglio, un giornalista in camicia dichiara che lui è la nuova resistenza. Lui e i colleghi. Segue trasmissione-dibattito del martedì (o era del giovedì? o l’hanno chiusa? o era satira?). Un amico mi diceva: «Siamo stupidi e non possiamo non esserlo, se aprissimo gli occhi vedremmo la morte al galoppo». Una fitta alla pancia, nere le feci: lui pensava ostinatamente agli spaghetti al nero di seppia mangiati qualche sera prima, e intanto lo divorava un carcinoma allo stomaco. Che si può cercare nelle vertigini del Caucaso se non una via di fuga? È un’ingenuità, d’accordo, l’ingenuità dell’animale braccato. E se io stessi fuggendo, da che cosa? Per esempio dall’ipertrofia della comunicazione, dal mio lavoro che vive di sola rappresentazione e, peggio, di autorappresentazione virtuosa: quel lavoro occulto che impegna la mente a rendere tollerabile la connivenza, la resa, la vita da curvi intorno al potere, all’ombra del potere. E quel lavoro che ha bisogno di bambini morti per titolare, di angeli e rabbia e funerali. Dal potere. Dalla retorica della memoria che dovrebbe essere nemica dell’oblio e invece lo è della precisione. Dalla velocità e dalla lentezza, dal cellulare, dal cemento e dalla finanza. Dai ragazzi ancora acerbi e già costretti a deformarsi nei corridoi degli assessorati alle politiche giovanili. Dal consenso. Dall’happy our. Dalla coda scorrevole in tangenziale. Dal premio Pulitzer che ritira l’Oscar in compagnia di due Nobel e dichiara che si sente solo e abbandonato. Dagli indignati professionali e dagli eroi civili che cantano – in voce di contrappunto – nello stesso coro che condannano, e sì, dai loro lacché e dai gruppi dei loro fan su Facebook. E dagli umoristi ingordi. E dai giornalisti d’inchiesta. Da tutti quelli che hanno parte giusta nella commedia del mondo com’è, anche se è la parte di chi sta contro. Dalle maggioranze, anche quando si proclamano minoranze. Dall’evento e dai festival degli eventi. Dalla forfora e dalla cellulite e dal fitness e dalla voce suadente che mi ricorda insistente: «prenditi cura di te» o mi ripete che valgo. Dal cioccolato. Dallo stile. Dall’ironia, il modo postmoderno dell’adesione.
Non ho scampo, neanche quassù: ormai si è accesa la mia tv mentale. Faccio un po’ di zapping, per carità solo canali indipendenti, informazione critica. Anche sui miei canali mentali, però, è spettacolo che non celebra altro che se stesso. Sono canali che pullulano di icone indiscutibili, figure di un bene assoluto contrapposto a mali che nessun individuo sano di mente potrebbe qualificare altrimenti. Santa Legalità, Santa Memoria, Santa Cultura e i loro eroi-sacerdoti, per esempio. Li trovo ovunque, fra una neossenza e una beauty-cronaca. Nomi nobili, santi sociali, profeti civili. E attrezzi per operazioni di marketing di cui il target sono io, insieme a tutti i presunti spiriti liberi che mi circondano. Leggo, sui giornali della mia personale Wishful Left, titoli come «Napoli: la città si libera dalla mafie» (Terra del maggio 2009), è una sorpresa piacevole: io da solo non me ne ero accorto. Annuisco composto e conforme in presenza di santa Legalità, feticcio supremo. Come si fa a non concordare su un valore che schiera per natura e, di passaggio, schiera a priori dalla parte dell’ordine? Identifica nemici perfetti (quasi sempre pluralia tantum: «le mafie», «le droghe», «i terroristi»), quelli che qualificano come sospetto chiunque esiti nell’esecrare. Applaudo ogni epifania di santa Memoria: come potrei non mettere legna sotto il sacro calderone della memoria? Come negare un incremento di memoria, un omaggio alla memoria, una giornata della memoria, un’aiuola della memoria, uno spartitraffico partecipato?
A Tuzla una commissione classifica le ossa tolte dalle fosse comuni per dare un nome e un indirizzo ai vecchi abitanti di una terra sterminata e sequestrata. Sergio Gonzalez Rodriguez, perseguitato senza scorta (per aver indagato sugli eccidi a Ciudad Juarez), sognava un’anagrafe delle donne scomparse sul confine fra Messico e Usa: per questa gente il contrario di oblio non è memoria, cioè una narrazione d’autore selettiva e arbitraria, ma precisione.
Precisione è una parente imbarazzante al mercato delle emozioni: quel che mi serve qui è approssimare e desiderare, immaginare e rappresentare. Serve a schierarmi, a poter guardare il mondo accigliato, rassicurato dalla mia indignazione; di passaggio posso anche dare un’occhiata ai nuovi profumi maschili. Serve a trasferire il conflitto nell’orizzonte del simbolico, orizzonte moralista prima che morale. Robert Hughes, critico d’arte di Time, sosteneva che la politica in era postmoderna «è predica ai convertiti: consiste essenzialmente nel prendere un’idea ineccepibile nella sua ovvietà (“il razzismo è male”) e poi darle una cifra emotivamente coinvolgente». Se non aderisco non entro nel circolo dei virtuosi, disturbo il bisogno di conciliazione e appagamento che è invece pienamente soddisfatto da un atteggiamento critico inscritto a dovere entro i meccanismi dello spettacolo. Non è necessario scavare, c’è chi lo fa per me. L’eroe civile, il magistrato coraggioso, il prete impegnato, il volontario, lo scrittore perseguitato, il chirurgo di guerra, il giornalista del giovedì. Mi basta cliccare sul club dei fan di qualcuno di questi eroi. Sostituisco la democrazia con Facebook, in cambio mi sarà concesso di consumare ogni bene disponibile sul mercato senza macchia o sospetto di macchia sulla coscienza critica: di sinistra anche le mie Prada, niente a che vedere con la volgarità del potere. O le mie Birkenstock, se decido che la mia tribù di consumo è un’altra.
Con l’avvento della produzione industriale dell’informazione, individui e società sono indotti a una forma di lavoro mentale forzato – quello che Ivan Illich chiamò il lavoro-ombra – che consuma parte essenziale del tempo e delle energie a produrre il desiderio di vivere entro il meccanismo dominante, che stritola e divora gli stessi desideranti, invischiati in un sogno di benessere la cui contropartita è niente meno che l’annientamento della specie e del suo ambiente. Il buon senso critico, l’indignazione spettacolarizzata, l’ipertrofia comunicativa che caratterizzano chi si pensa opposizione in Italia sono forme targettizzate di lavoro-ombra. Non importa se in tv ci sono nani e ballerine oppure vignettisti e principesse di sinistra: «Si provi – diceva Illich – a calcolare il tempo e l’energia spese da una famiglia a vedere la tv e poi, dopo averla spenta, a fare commenti e sogni su quanto la tv ha passato, e si avrà la misura del lavoro ombra che invidui, famiglie, società intere sviluppano per tenere in piedi il sistema industriale: molto più tempo di quello che viene dedicato a lavoro remunerato e vita biologica». Ogni gruppo, famiglia, individuo, diventa una fabbrica di immaginazioni, illusioni, speranze, e in ultima analisi di identificazione con le classi sociali (o i ceti culturali) dominanti, quelli che davvero – loro sì – godono i benefici del sistema industriale. Lavorano a domicilio per chi li divora, e non è solo solo la tv a produrre lavoro-ombra: ci sono le retoriche politiche, le feticizzazioni benintenzionate, il giornalismo a effetto (pro o contro), e c’è Santa Cultura, con la rete degli eventi e dei festival che la nutre, facendone un bene da desiderare in sé, una merce da rendere accessibile al consumo. Il più puro e benintenzionato degli eroi, scrittore, chirurgo, prete, giornalista o magistrato, consegnato alla rete spettacolare, alla retorica sia pure indignata, non solo lavoratore-ombra: è caporale del bracciantato-ombra. Il nome dei valori civili che enuncia è un brand come un altro, destinato a una branca dell’industria del desiderio, identificata attraverso strategie di marketing, per un prodotto confezionato a misura di un cliente-target di cui si è tracciato il profilo. A valle rimane un campionario di oggetti privati di valore d’uso: «democrazia» anziché democrazia, «partecipazione» anziché partecipazione. Roba che vale quanto «Eventi», «Neoalchimie», «Full Geisha», «Tendenze»…
Ci sarà un girone infernale per quelli che pettinano il mondo e rendono tollerabile l’intollerabile? Ci sarà mai fiato, in una terra capace di inventare la categoria del «giornalismo d’inchiesta» (altrove sarebbe soltanto una tautologia), con relativo festival, tanto per dar vita a un altro club? Ci sarà un modo per non mettere Berlusconi al centro dei miei pensieri, delle mie percezioni, dei miei desideri?
Servirebbe un movimento di liberazione, ma non è più tempo di decolonizzazioni. Mi nutro del degrado cantandolo, sia pure in voce di contrappunto, mi accontento dell’iscrizione al circolo dei virtuosi, opero pieno di buona volontà nelle maquiladoras del lavoro-ombra: semplicemente e senza mediazioni, il degrado sono io. Esco all’aria, quella frizzante di montagne alte cinquemila metri. Fa freddo, il vento colpisce di taglio, ho mal di testa. Ma non è niente: ho solo mangiato spaghetti al nero di seppia.

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Colpi di classe

26 agosto 2010

Avete presente Walter Veltroni? Risparmiatevi le battute sull’Africa e sul ritiro dalla politica. Ecco, Veltroni – lo stesso che lunedì ha scritto al Corriere della Sera una lettera “struggente” – è colui che ha fortemente voluto in Parlamento l’ausilio disinteressato dell’allora sconosciuto Massimo Calearo.

Nel 2008, infatti, l’ex sindaco della Capitale scorrazzava per l’Italia dispensando lezioni di storia: “E’ finito il tempo dei padroni e degli sfruttati”. E giù applausi scroscianti. Unire i sopravvissuti delle stragi sul lavoro con chi invoca meno controlli è riformismo autentico, le altre son chiacchiere. La florida stagione del “ma anche…“.

Dopo due anni dal Democrack (cit. Il Manifesto), Massimo Calearo ha fatto i bagagli ed è scappato con Rutelli (sottolineo Rutelli) e si diverte ogni due per tre a far la parte del berlusconiano strong.

Questa mattina il Quotidiano Nazionale (Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione) ospita proprio Calearo. Titolo virgolettato: Calearo contro i riti sindacali. “Fare impresa è da eroi”.

Di seguito qualche pillola di saggezza e di solidarietà da vero ex Democratico ora rutelliano e domani – si spera – finiano: “Marchionne è un vero manager, la politica resti fuori”. E poi ancora: “I tempi sono cambiati, e la Cisl di Bonanni è il sindacato che più se ne sta rendendo conto”. Inoltre “serve una revisione normativa e di sistema perché i problemi vanno risolti subito, è finito il tempo delle liturgie (sindacali, nda)”. “Se si vuole mantenere parte della produzione di auto in Italia bisogna fare come dice lui (Marchionne, nda), è il mercato che lo chiede”.

Grazie Walter!

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Un saluto particolare al Prefetto Nicola Prete

25 agosto 2010

(foto da Merate On Line)

Siamo stati degli ingenui. Ieri pomeriggio, circondato da “autorità”, politici, forze dell’ordine e imprenditori, l’ormai ex Prefetto Nicola Prete ha pronunciato il suo personalissimo “addio ai monti”. Le tartine non mancano mai. Stando alla cronaca fornita dal quotidiano MerateOnLine, pare che al termine dell’accorato e originalissimo discorso di commiato dell’ex Prefetto Prete sia stato offerto un “rinfresco” presso la Canottieri di Lecco.

Fin qui nulla di sorprendente. Salvo un’immagine, quella che trovate in testa al commento. A destra è raffigurato l’ex Prefetto Prete, co-autore (tra le altre magie) dello scambio torbido tra Comune e Prefettura del bene “Wall Street”; al centro ecco l’ex sindaco di Lecco, Antonella Faggi. A sinistra, sorridente, si riconosce l’ex Questore Vincenzo Ricciardi – oggi impegnato a Novara.

Insieme a Salvo la Barbera e Mario Bo, il distinto Ricciardi risulta indagato dalla Procura di Caltanissetta per “calunnia aggravata”, ovvero depistaggio delle indagini immediatamente successive all’attentato del 19 luglio 1992 dove furono trucidati Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Tralasciando i “dettagli”, vorremmo salutare il dottor Prete (diretto a Brindisi) con un contributo video che possa rinfrescargli la memoria su quanto combinato in materia di beni confiscati alla ‘Ndrangheta lecchese.

Qui Lecco Libera

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Clandestino Day – settembre 2010

22 luglio 2010

“NOI NON RESPINGIAMO”
Dati, statistiche, informazioni, contributi autentici, numeri, approfondimenti, analisi della deriva securitaria ma anche festa, scuola popolare, canti, incontri, interazione da tutto il mondo in PIAZZA XX SETTEMBRE e all’OFFICINA DELLA MUSICA (venerdi 24 e sabato 25 settembre)

Riteniamo sia utile, necessario, indispensabile proporvi di mettere nelle comuni agende autunnali nuovamente questo impegno civico.
L’anno passato fu organizzato a Lecco con successo il primo appuntamento, partecipato da centinaia di persone. Costruito riunione dopo riunione come la porta di Lampedusa di Mimmo Paladino.
Il gruppo dello scorso anno era composto da numerose realtà diverse delle quali hanno contribuito attivamente alla realizzazione e alla presenza in piazza.

E’ tempo di franchezza: nel giro di un anno è cambiato poco, è peggiorato parecchio. La liturgia di Governo è la stessa, i respingimenti vengono effettuati senza sosta, la partnership con la Libia procede a gonfie vele, il razzismo di Stato non conosce isole felici. Quando non tornano utili come bandiere elettorali, i migranti son buoni per qualche calcolo economico. Come se la loro straordinaria necessità fosse dettata da un pietismo col pallottoliere.
Ne abbiamo avuto diretto racconto negli incontri pubblici che anche dopo il Clandestino Day abbiamo oragnizzato. A partire dallo spettacolo teatrale di Amed Ba “Invisibili”, alle conferenze di presentazione dei libri “Il mare di mezzo ” del promotore di Fortesse Europe Gabriele Del Grande e “Servi” di Marco Rovelli, che per primo parlò del “caso Rosarno”.

Fra non molto vorremmo provare a mandare una possibile scaletta/bozza di percorso partecipativo per condividere assieme, in maniera il più possibile responsabile l’organizzazione del Clandestino Day 2010.
Per poter scegliere una data per un primo incontro organizzativo siamo a chiedervi una vostra prima dichiarazione di interesse a costituire insieme a noi il percorso per questa giornata nazionale e contemporaneramente una vostra preferenza per un’eventuale  riunione “pre vacanze” cioè prima dell’8 agosto o posticiparla ad inizio settembre.

Anche quest’anno ci auguriamo che questo percorso informativo e formativo possa trovare da parte vostra, delle associazioni e di altri soggetti interessati, attenzione e sostegno (lo promuoviamo come associazioni e singoli cittadini, senza il supporto dei partiti politici a cui chiederemo solo una normale adesione ma non l’impegno organizzativo).

La “deriva italiana” non può essere ancora taciuta. Il razzismo di stato, le stragi del mare, le angherie verso i migranti, la violenza, la propaganda contro le minoranze, la ghettizzazione dell’altro, la tragedia che avvolge i moderni lager e il reato di clandestinità non possono lasciarci indifferenti. Il Diritto negato ai migranti è un vulnus grave, una privazione profonda del Diritto di ciascuno. Il Diritto non è alienabile, tanto meno barattabile con una pettorina fosforescente o un fazzoletto verde. Dobbiamo mobilitarci. Senza esitazione.

Intanto, appena potete quindi inviateci una breve e-mail di risposta per capire  almeno l’interesse al «Clandestino day 2010», poi, a settembre ci aggiorniamo con le notizie più complete per concretizzare l’iniziativa.

per Clandestino DAY 2010
Mariacarla Castagna, P
aolo Trezzi, Silvia Pirovano, Corrado Conti, Martina Bolognese Duccio Facchini

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Genova 2001: Io li dimetto

21 luglio 2010

da carta.org

Una petizione per non tolleare l’intollerabile, promossa da Globalproject.info e il manifesto. Aderite scrivendo a iolidimetto@globalproject.info

Sono passati pochi giorni dalle condanne in primo grado e in appello con cui il tribunale di Genova ha riconosciuto la colpevolezza degli alti funzionari e dell’allora capo della polizia, a vario titolo, per quei tragici avvenimenti. I condannati per i fatti della scuola Diaz, per il massacro, i pestaggi e la costruzione delle prove false contro le vittime, ricoprono a tutt’oggi incarichi delicatissimi nell’ambito della direzione effettiva degli apparati della polizia di stato e dei servizi segreti. Nonostante le condanne questi signori continuano ad esercitare le loro funzioni, e anzi, godono di protezioni trasversali della politica così evidenti, tanto da farli apparire come degli “intoccabili”, diversi da tutti davanti alla legge. Sempre in questo periodo il Generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros ( Raggruppamento Operativo Speciale), protagonista nel dopo Genova nell’orchestrare inchieste ed arresti nei confronti degli attivisti politici di movimento, è stato condannato a Milano a quattordici anni di carcere per “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga” ed altri reati. Anche lui, come se nulla fosse, è ancora a dirigere le “operazioni speciali” dell’Arma. Molti altri casi in questi anni, ci parlano di reati pesantissimi, fino all’omicidio, alle sevizie e alle torture, all’abuso sessuale e al ricatto, alla morte in mare di migranti tra cui bambini, in cui sono coinvolti i tutori dell’ordine. Genova è sicuramente il simbolo di dove si può arrivare se si costruisce l’idea di una totale impunità attorno ad azioni compiute indossando una divisa. Noi crediamo che bisogna dire basta. Quando militari, polizia e carabinieri, che hanno il potere di decidere sulla libertà e sulla vita della cittadinanza, godono di impunità invece che di maggiori controlli e attenzione, allora l’ombra autoritaria e fascista di un regime si delinea nettamente, rischiando di oscurare ogni cosa. Noi facciamo appello a tutti affinchè vi siano interventi amministrativi e legislativi perché:
1. gli appartenenti a forze dell’ordine e forze armate, inquisiti per reati riguardanti le loro funzioni, vengano destinati ad altre funzioni non operative in attesa degli esiti processuali;
2. in caso di condanna in primo grado vengano immediatamente sospesi;
3. in caso di condanna definitiva vengano dimessi da ogni incarico.
Rivolgiamo un appello a tutti inoltre affinchè si giunga alle immediate dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dei vertici della polizia condannati a Genova, ed inoltre dell’allontanamento da ogni funzione del Generale dei Carabinieri Gianpaolo Ganzer, in virtù dei gravissimi reati di cui sono stati protagonisti e delle enormi conseguenze che essi hanno provocato.
Attraverso la nostra presa di parola vogliamo dare un senso all’indignazione profonda che non può che assalire ogni persona per bene di fronte a questa vergogna.

Sottoscrivi la petizione su:
iolidimetto@globalproject.info
Raccogli le firme anche tu richiedendo copia dell’appello.

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Via D’Amelio, 18 anni dopo

19 luglio 2010

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E’ successo – Lecco, 17 luglio ’10, “Ricordare per Resistere”

18 luglio 2010

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

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Stasera: “Il Paese della Vergogna”

17 luglio 2010
17 luglio 2010 il paese della vergogna

17 luglio 2010 il paese della vergogna Daniele Biacchessi

Qui Lecco Libera

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