Presentazione libri


Gabriele Del Grande: Il mare di mezzo

7 aprile 2010
26 aprile 2010
21:00a23:30

Lunedì 26 Aprile, ore 21
Gabriele Del Grande: “Il mare di mezzo”
L’officina della musica – Via Plava, 5 – Pescarenico (Lecco)
“Sant’Agostino era africano. Oggi che fine avrebbe fatto? Forse respinto in Libia. Oppure disperso in mare. O magari rinchiuso in un centro di espulsione”

Presentazione de “Il mare di mezzo” con l’autore: Gabriele DEL GRANDE Fondatore di Fortress Europe (l’Osservatorio sulle vittime dell’emigrazione), autore di “Mamadou va a morire”.

“A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il mare di mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l’Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l’Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso”

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Gioacchino Genchi. Non mancate mercoledì 24!

20 febbraio 2010

E’ una sorpresa anche per noi. Gioacchino GENCHI verrà a Lecco, nostro ospite, per presentare il libroIl caso Genchi, Aliberti Editore.
L’avevamo invitato tempo fa. Eravamo rimasti d’accordo per settembre. Era già in parola con l’Italia dei Valori lecchese. Dopodiché ha annullato tutte le tappe italiane organizzate dal partito di Antonio Di Pietro.
Il motivo? La “svolta di Salerno”, l’appoggio a De Luca in Campania, la strumentalizzazione delle sue parole al congresso Idv e qualche impresentabile alleanza con l’Udc, l’hanno spinto a ricredersi. Meglio evitare.

Ha scelto di venire lo stesso a Lecco e ci siamo ricontattati. L’abbiamo concordato oggi stesso e ci scusiamo quindi per lo scarso preavviso. Poco male, ora lo sapete!
Siete quindi invitati a questa importantissima serata che si terrà mercoledì 24 febbraio alle 21, ovviamente, all’Officina della Musica!

QUI il volantino da far girare ai vostri contatti!

Qui Lecco Libera
Libero Fischio in Libera Piazza
Esserevento.it

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Lettere dalla Kirghisia

12 dicembre 2008

Un consiglio, una lettura da percorrere ed un’esperienza da provare. Aldilà di Fassino…

Una poesia lunga lunga 144 pagine. Lettere scritte da un paese lontano, un paese felice, un paese “basato sul buonsenso e non sul petrolio”. In Kirghisia le persone lavorano solo tre ore al giorno così che possano dedicare tutto il restante tempo a loro stessi, alla vita: in questo modo si lavora meglio, si evitano ansia e stress e si è più produttivi. In Kirghisia gli anziani hanno ingresso privilegiato e gratuito nei cinema e nei teatri, non pagano i trasporti ed hanno a loro disposizione un piccolo terreno da coltivare. In kirghisia i bambini non devono passare ore seduti all’interno di grigi edifici scolastici, ma fino ai 18 anni sono liberi di giocare (“perché chi gioca fino a 18 anni poi non smetterà più”), ed è il gioco il mezzo con cui scoprono il mondo, imparando in maniera naturale a seconda dei loro desideri. In kirghisia ad ogni ragazzo che compie 18 anni viene regalata una casa in cui può crearsi una propria vita sociale indipendente ed ognuno ha diritto ad un pasto gratuito al giorno. In Kirghisia chi ha voglia di fare l’amore porta un fiorellino azzurro, così che l’amore non generi ipocrisia, incomprensioni e imbarazzi. In Kirghisia non esistono guerre, non esistono armi, e i rappresentanti politici sono tali per volontariato. In Kirghisia non è necessaria una Costituzione scritta perché tutti la conoscono a memoria: “Al centro di ogni iniziativa, l’attenzione dello Stato e dei cittadini va innanzi tutto all’essere umano”. Da questo meraviglioso paese l’autore manda lettere tanto semplici quanto ricche. Con poche parole, scritte a grandi caratteri come nei libri per i bambini, veniamo messi di fronte all’assurdità del nostro modo di vivere, alla sua disumanità, ingabbiati come siamo dalla fretta, dal falso bisogno di profitto, dal troppo lavoro. E cosa ci resta a fine giornata? La stanchezza, la noia, il disinteresse, l’insoddisfazione. Ci limitiamo ad esistere quando potremmo vivere. Un sogno? Un’utopia? Forse basterebbe rendersi conto che l’essere umano è la più straordinaria e preziosa delle creature, forse basterebbe quest’unica consapevolezza per esigere una vita migliore, una vita veramente libera e felice. Alcuni dicono che queste lettere sono troppo poco concrete, troppo lontane dalla realtà. Ma la realtà è che abbiamo una vita sola, una soltanto, ed è stupido decidere di non sfruttarla al meglio, fino all’ultimo respiro. L’autore? Silvano Agosti. Un essere umano. Come me. Come te. Come tutti. O meglio, fortunatamente, un errore del sistema.

Sapete abbastanza della Kirghisia per informare chiunque che “esiste, nel mondo, il primo Paese in grado di offrire all’essere umano ogni attenzione e rispetto”. Ma, a chi dirlo? Al vento, forse, che porti ovunque queste riflessioni, quasi fossero la voce stessa della natura.

http://www.silvanoagosti.com

Laura Isacco

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Giustizia, questa sconosciuta

8 ottobre 2008

Giustizia, questa sconosciuta

Venerdì 10 ottobre, alle ore 21, presso la sala conferenze della Banca Popolare di Sondrio, in via Amendola (angolo di via Previati), ci sarà la presentazione di “Toghe rotte”, con l’autore Bruno Tinti.

La parola giustizia è tra i vocaboli più usati dalla nostra classe politica, solitamente associata ad un altro abituè dei lor signori discorsi: emergenza.
Leggiamo e sentiamo di emergenza giustizia quando qualche caso giudiziario tocca la casta, ad esempio se un presidente di regione viene accusato di tangenti nella sanità o qualche ministro compare tra gli indagati di presunte frodi ai danni dei finanziamenti dell’unione europea. E tanto più sono in alto le cariche dello stato accarezzate dalle indagini tanto più si innalzano i cori di chi vorrebbe riformare la giustizia, magari separando le cariche dei PM e dei magistrati (soluzione tra le più gettonate) o sospendendo le pene per le quattro più alte cariche dello stato (per fortuna ogni uomo dovrebbe essere uguale davanti alla legge).
Mai nessuno però che prenda seriamente in considerazione il fulcro dell’inefficienza della nostra giustizia: i tempi dei processi sono lunghissimi, biblici, facilmente sfruttabili per arrivare all’agognata prescrizione.
Le lungaggini, come ci racconta Bruno Tinti in Toghe Rotte, sono frutto di tutta una serie di norme che di volta in volta hanno complicato la vita a che amministra la giustizia, andando più verso la tutela del presunto colpevole che non verso l’accertamento della colpevolezza.
La vera emergenza forse sta nelle attenuanti e nei riti abbreviati che generano sconti di pena eclatanti, nella macchina polverosa e arrugginita della burocrazia, nei giudici di buona volontà che fanno il loro lavoro ma vengono lasciati soli a combattere… tutto sembra allontanarci da uno stato di diritto e di certezza della pena dove viene garantito il rispetto delle regole.
Ed anche le varie “riforme” introdotte negli anni dai governi non hanno mai affrontato il nocciolo della questione. Però i politici hanno affrontato i loro di problemi: come nel 2002 quando sono state introdotte delle novità sul falso in bilancio che praticamente lo rendono un reato faticosamente perseguibile e con pene irrisorie. Come stanno facendo ora con il lodo Alfano e la riforma delle intercettazioni.

Toghe Rotte inizia come diario di esperienze e riflessioni di un giudice, facendoci partecipe dei conflitti di uomini e donne che devono amministrare un bene prezioso come la legge e poi vedono annullare i loro sforzi dal sistema.
Prosegue poi con esaurienti analisi sul funzionamento del nostro sistema giudiziario, spiegando ad esempio come si passi da un indagine al processo, facendo chiarezza su i tre gradi di giudizio (quasi quattro), illustrando i vari metodi per vedersi scontare la condanna.

Alessandro Riva


Toghe rotte
La giustizia raccontata da chi la fa
A cura di Bruno Tinti

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Non chiamarmi zingaro

22 settembre 2008

Non chiamarmi zingaroNon chiamarmi zingaro

<< Mi piacerebbe davvero arrivare a una conclusione di questa storia perché i casi sono due: o ci bruciate tutti o ci accettate. Una qualunque delle due soluzioni, ma non lasciateci più a metà strada. Quella che certa gente sta combattendo non è una guerra mia>>. Così parla Doro, uno dei tanti Rom e Sinti intervistati da Pino Petruzzelli per il suo ultimo libro “Non chiamarmi zingaro”, edito Chiarelettere. Regista, autore e attore, Pino Petruzzelli nasce a Brindisi e, dopo gli studi a Roma, lavora per mettere la cultura al servizio di importanti cause sociali, andando a conoscere in prima persona le realtà che poi racconta. È così che nasce questa raccolta di testimonianze, il cui primo obiettivo è quello di far vedere chi sono veramente i “temutissimi” rom usando un espediente per essi abbastanza inusitato: dando a loro la parola. In primis l’autore affronta l’annosa questione del “chi sono i rom?”, perché, come scrive Predrag Matvejevic nel prologo al libro, chissà da dove vengono o dove vanno. Ignoriamo se partano oppure tornino. Non hanno un proprio territorio né un proprio governo. Hanno tutti un paese natale, ma non una patria. E dunque chi sono i rom? cosa sappiamo noi dei rom? I rom sono quelli che si chiamavano zingari, prima che questo termine assumesse un’accezione negativa, tanto che ora nemmeno tra di loro usano più questa parola. I rom sono quelli che vivono nei campi nomadi. I rom sono quelli che furono sterminati nei campi di concentramento insieme agli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Sappiamo che in alcune regioni rappresentano la maggioranza dei mendicanti, questo lo sappiamo bene. Se poi guardiamo un qualunque telegiornale, specie negli ultimi tempi, veniamo a conoscenza di altre cose sui rom: sappiamo che rubano, stuprano, uccidono, spacciano… Ecco cosa sappiamo di loro, o meglio cosa la tv tiene a farci sapere. Eppure non stupisce che si sappia così poco di questa antica etnia, poiché, come spiega Petruzzelli, la loro cultura non si basa su testimonianze scritte, permanenti e consultabili, ma si tratta di una cultura orale, fatta di canzoni, poesie, tradizioni che si tramandano di bocca in bocca e che dunque vivono solamente nei ricordi di chi le ha vissute. Il tutto si complica poi col fatto che in realtà quelli che noi chiamiamo zingari si dividono tra Rom, provenienti dall’Est europeo, e Sinti, dall’area germanofona; questi due gruppi a loro volta si dividono in innumerevoli sottogruppi, quindi come fare a raccontare la storia millenaria di un popolo così ricco di sfaccettature? La soluzione adottata da Petruzzelli è stata appunto quella di dar loro la parola. Veniamo così a conoscenza di tutto un mondo difficile da immaginare: cittadini italiani che si sentono costretti a nascondere la loro discendenza rom per paura di essere discriminati, intere famiglie obbligate a trasferirsi da un posto a un altro perché mal visti e mal trattati dai “gagè” (tutti coloro che non sono né Sinti né Rom), datori di lavoro che nascondono il fatto di avere dipendenti rom per vergogna, partigiani Sinti e Rom morti per la libertà del nostro paese e da sempre ignorati… Ma la cosa che più fa male è l’accorgersi che tutto ciò non ha una spiegazione logica. Perché sono così odiati? Perché perseguitare un popolo che, come ricorda Mariella Mehr, scrittrice jenisch (popolazione zingara della svizzera), non è mai nemmeno entrato in guerra? Ma forse è proprio questo il motivo: Rom e Sinti dimostrano come sia possibile vivere senza dichiarare guerra, senza aver recinti da difendere, senza una rigida burocrazia, lavorando senza diventare schiavo del lavoro. Probabilmente è la loro libertà che più ci spaventa. E allora li vogliamo omologare, vogliamo che lascino i loro tradizionali lavori di musicisti, cestai, artigiani…, che trovino un lavoro “normale”, che vivano sedentariamente in una casa “normale” e che si comportino in modo “normale”. “Normale” ovvero come noi. Perché chi ruba per dar da mangiare ai figli è un ladro, ma chi evade le tasse no. Perché chi mendica sulla strada con i propri figli al seguito, non avendo un posto dove lasciarli, sfrutta i bambini, ma chi si danna perché i figli vengano presi in tal pubblicità o in talaltro film no. Perché quando un incidente stradale è causato da un rom è sicuramente sempre più grave. Invece di impegnarci così tanto per limitare la libertà di questa etnia, dovremmo imparare qualcosa dalla loro filosofia di vita, per esempio godendovi quello che avete senza pensare che potreste avere di più. Hai poco? Quel poco goditelo. Goditi il sole e anche la pioggia. Non dare troppa importanza al risultato. Se Tizio deve dipingere un piatto non importerà il risultato quanto la persona che c’è dietro. Alla base di tutto c’è l’essere umano. Noi non vediamo il punto di arrivo, ma l’uomo che c’è dietro a quel punto. Si tratta di una filosofia molto distante dalla nostra, a tratti ci apparirà forse inconcepibile, ma è sempre bene conoscerla.

“Gli zingari possono insegnarci quanto poco importanti siano le frontiere” (Gunter Grass, premio Nobel per la letteratura)

Laura Isacco

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Inferno Bolzaneto

14 settembre 2008

Inferno Bolzaneto

La lettura di “Inferno Bolzaneto” (Melampo editore), libro-requisitoria sugli accadimenti avvenuti nella caserma di Bolzaneto dei giorni dal 20 al 22 luglio 2001, Genova, è consigliata a tutti coloro che abbiano a cuore la libertà di manifestare apertamente il proprio pensiero, a fronte però della seguente premessa: chiunque volesse addentrarsi nell’orrore descritto in queste 265 pagine deve mantenere ben chiara nella sua mente l’idea che i fatti riportati dal giornalista Mario Portanova non sono pettegolezzi o voci circolanti negli ambienti no-global e sottoposte ai consueti riti di ingigantimento e di mitizzazione. Questi sono fatti concreti, ricostruiti con cura certosina dai PM Patrizia Petruzzello e Vittorio Ranieri Minati che hanno avuto l’ingrato compito di dover formare un quadro accusatorio il più possibile preciso e puntuale poiché rivolto contro esponenti delle forze dell’ordine. Accuse che sono risultate in fase dibattimentale inattaccabili e incontrovertibili, nonostante le pavide giustificazioni e i tentativi di mistificazione portati avanti proprio da quelle “forze dell’ordine”, da quei “tutori della legge” che durante i giorni del G8 di Genova si fecero beffe di quell’ordine e di quella stessa legge che erano stati chiamati a difendere dallo Stato.
A spese dei ragazzi che, per loro sfortuna, passarono sotto le loro forche caudine senza poter comunicare a nessuno (nemmeno ai loro avvocati o ai consolati) ciò che in realtà accadeva all’interno di quella maledetta caserma. Pestaggi organizzati e improvvisi, imposizione di posizioni di sottomissione, insulti razzisti e inneggianti alla filosofia nazi-fascista, ragazze e ragazzi minacciati di stupri, anche di massa, mani strappate, negazione del sonno e sigarette sotto le nude piante dei piedi. Tutti questi tipi di violenza ed altri ancora vengono descritti in maniera dettagliata nelle deposizioni dei giovani sottoposti a queste brutalità, vengono confermate dai due testimoni chiave, due infermieri di stanza presso l’infermeria della caserma, e non sono mai state confutate dalle parti accusate.
Questo quadro si tinge di tinte ancora più cupe alla luce delle recenti condanne emesse dalla corte che ha avuto il compito di giudicare questa vicenda; dei 45 indagati, la maggior parte dei quali chiamati in causa in seguito a identificazioni personali eseguite dalle vittime degli abusi, solo 15 hanno ricevuto pene di tipo carcerario. Per un totale di 24 anni. Quasi tutti indultabili. Ergo, quasi nessuna di queste persone passerà mai un giorno della sua vita in una cella. Al contrario, il corpo di polizia e i ministeri di giustizia e degli interni, secondo i giudici direttamente implicati in questa vicenda nonostante il loro proclamarsi estranei poiché all’oscuro dei fatti, hanno dovuto risarcire alle quasi 260 vittime, in solido con alcuni degli imputati, una somma vicina ai 2 milioni di Euro.
Causando così ancora più confusione in chi attendeva di ricevere giustizia da questa sentenza; perché se i magistrati hanno riconosciuto la validità delle accuse, tanto da impegnare ministeri e polizia ad un risarcimento multimilionario, i diretti esecutori di queste nefandezze sono rimasti impuniti? Perché alcuni di loro, invece di essere radiati dai corpi di appartenenza, sono stati promossi a gradi superiori? Perché l’opinione pubblica viene tenuta all’oscuro di questa vicenda negandole la verità, ormai riconosciuta come tale, dei ragazzi che vissero queste situazioni sulla loro pelle? Tutte queste domande non sono riportate all’interno del libro, ma nascono spontanee nel lettore, che Portanova invita in maniera decisa a riflettere su questi fatti.

Nell’ultimo periodo abbiamo cominciato a sentire parlare di una “dittatura dolce”, ma gli accadimenti del 2001 a Genova descritti in questo libro di denuncia smentiscono questo ossimoro disegnando con forti tratti il viso violento e repressivo di una semplice dittatura.

Fabio Sacchi

Mercoledì 10 Settembre abbiamo interpellato l’Onorevole Roberto Castelli (Ministro della Giustizia durante il G8 di Genova) realizzando un breve ma intenso filmato.

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Mercoledì 28 Maggio: Capitalismo di Rapina

26 maggio 2008

Mercoledì 28 Maggio ore 21.00 a Lecco presso la “Sala conferenze della Banca Popolare di Sondrio” in Via Amendola, angolo Corso Martiri.
Saranno presenti Mario Gerevini, Vittorio Malagutti e Piero Ricca.

Capitalismo di Rapina

Le manovre intorno a Telecom Italia, il crac della Parmalat di Tanzi, l’ascesa dei nuovi finanzieri e non solo: il libro racconta la storia sotterranea del “capitalismo di rapina”. I percorsi occulti del denaro, un sottobosco poco illuminato dagli articoli dei giornali, che secondo gli autori spesso non vanno oltre i semplici verbali d’interrogatorio o le intercettazioni telefoniche. Gli autori seguono le tracce dei soldi, entità resa ormai sempre più astratta, tra conti bancari e giochi di sponda in Borsa, fino a ipotizzare complicità ad altissimo livello nelle grandi banche, nelle istituzioni, nel mondo politico, nelle autorità di controllo. Un’affollatissima galleria di personaggi: Fazio, Fiorani, Ricucci, Coppola, Gnutti, tutti finiti sotto i riflettori dei media per effetto delle inchieste giudiziarie, alle cui spalle vive e lavora una folla di banchieri, avvocati, fiduciari. Sono loro a essere definiti come i gran sacerdoti del capitalismo di rapina.

Ecco il video inerente alla questione “Capitalismo di rapina” girato in campagna elettorale da Qui Lecco Libera. Protagonista : Giancarlo Giorgetti, segretario nazionale della Lega Nord. Avete in mente la Lega che denuncia Roma ladrona e i misfatti dei meridionali? Bene, tutta fuffa. In realtà, nei palazzi, al telefono con i banchieri, spesso capita che questi leader d’altri tempi caschino nelle stesse procedure che anni addietro, sgolandosi, denunciavano.

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