
Dalla fine di agosto sino alla prima settimana di settembre, presso la fiera di Osnago, si terrà la prima “Festa Democratica” dell’omonimo partito guidato da Walter Veltroni. La vecchia (e temuta) “Festa dell’Unità” va in pensione. Spazio a nuovi, quanto accattivanti, slogan. Già, la novità. Quando nacque, nel lontano/vicino ottobre del 2007, il Partito Democratico si fregiava d’essere il “nuovo contro il vecchio”, “l’innovazione contro il fallimento del passato”.
L’attuale leader del partito, Veltroni - un uomo nuovo secondo molti - strappò, sempre nell’ottobre 2007, alle “elezioni” primarie, uno straordinario risultato: il 75,62% di voti. L’investitura fu netta e la leadership sua. La trionfale cavalcata alla guida del loft, però, trovò lungo il tragitto sostanzialmente un solo ostacolo: Rosy Bindi. La candidatura dell’attuale vice Presidente della Camera dei Deputati, permise un minimo di contraddittorio all’allora sicuro vincitore.
Persino Marco Travaglio fece outing. Proprio a Lecco. Avrebbe votato per Rosy Bindi, disse. Una sorta di “spariglia carte”. Una “spina nel fianco” per l’ex Sindaco di Roma.
Poi ci furono le primarie, appunto. Veltroni sbancò e la Bindi si accontentò di un flebile 13%. Ah, poi c’era anche Enrico Letta (e il suo carico di datata giovinezza) a contendersi la guida del partito. Prese il resto, le briciole.
Rosy Bindi sarà a Lecco, precisamente ad Osnago, precisamente l’1 settembre, alle 21. In occasione della prima Festa Democratica della provincia lecchese.
In quell’occasione – perchè è un diritto Costituzionale interpellare (in maniera documentata) i propri “rappresentanti” - vorrei cercare di fugare ogni dubbio (chiedendo direttamente a lei) riguardo ad alcune sue scelte che mi hanno stupito. Specificamente in ambito delle Primarie del PD. La sua candidatura ed i risultati conseguiti. Specialmente in Calabria.
Le primarie del PD ebbero luogo, come detto, il 14 ottobre. Ciascun candidato formò le proprie liste (bloccate, ricordiamo). Chi più e chi meno. Chi con accortezza e chi, come nel caso di Rosy, con colpevole disattenzione (o sagace attenzione, chi lo sa).
In Calabria però, la regione italiana che ha registrato la più alta percentuale di votanti (in Italia, in proporzione agli abitanti, 67,4% di coloro che votarono per le primarie dell’Unione del 2005) alle urne “democratiche” (201.000), Rosy Bindi fece registrare un dato “strano”. Totalizzò più del doppio di quanto ottenne a livello nazionale: il 30% e passa delle preferenze. La domanda è spontanea: come mai? Per quale motivo, la Bindi, nata in provincia di Siena, proprio in Calabria (ed in determinati collegi), sbanca e raddoppia? La risposta non può che essere automatica: evidentemente si sarà affidata a “compagni” d’avventura molto capaci ed in grado di assicurarle un netto salto di “qualità” al momento del voto. Giusto? Sì, “ma anche” no…
Il 30,6% di 201.000 dei voti calabresi - quelli raccolti da Rosy - risultano essere esattamente (tolto il 7,7% raccolto dal nipote di Gianni Letta) 61.211. Chi avrà mai contribuito a questa impennata elettorale?
Un nome su tutti spicca a sostegno dell’ex ministro della Sanità: Agazio Loiero. Presidente della Regione Calabria. Regione con 33 consiglieri regionali inquisiti su 50. Loiero, di cui De Magistris aveva chiesto il rinvio a giudizio e che poi venne prosciolto (su richiesta del Pm che prese il posto di De Magistris stesso, un tale Salvatore Curcio), è pure fondatore del Partito Democratico del Meridione (detto PDM). Il PDM in Calabria si fa sentire. Ha più d’una voce in capitolo. E’ pure riuscito a far eleggere al Senato - nel 2006 - l’eterno Pietro Fuda (ricordate bene questo nome). Prima in Forza Italia, poi nella Margherita ed infine PDMmino.
In questa confusione, però, poco a poco, la realtà acquisisce chiarezza. Uno dei maggiori procacciatori di voti per Rosy Bindi, in Calabria, che gode del sostegno di Loiero e del PDM, è Pietro Fuda. Candidato per l’assemblea costituente del Partito Democratico (il nuovo contro il vecchio).
Pietro Fuda nasce nel 1943 a Siderno, provincia di Reggio Calabria. Nel marzo del 2007 (badare alla date) viene iscritto nel registro degli indagati in un’inchiesta guidata dalla Dda di Catanzaro. Accusa: concorso esterno in associazione mafiosa. Mancano pochi mesi alle Primarie del PD. Nell’ottobre del 2007 verrà candidato capolista nel collegio 13 di Siderno (uno dei comuni calabresi in fortissimo odore di ‘Ndrangheta). Risultato: 44,4% delle preferenze, 4.335 voti. La lista di Veltroni è battuta. La lista di Fuda è la più votata in assoluto. Enplein.
Non è finita qui però. Il nome dell’alleato numero uno di Rosy Bindi in Calabria compare addirittura sui giornali del dicembre 2007, due mesi dopo le Primarie.
60 giorni dopo le primarie del PD (e dal “successone” di Fuda) salta fuori che il Capo di Arcore tentava di corrompere questo o quel senatore promettendo questo o quel favore, piazzando questa o quella valletta. L’inchiesta è portata avanti dalla Procura di Napoli. All’interno del circolo vizioso ci stanno dentro, casualmente, Agostino Saccà (Rai Fiction, calabrese) e lo stesso Fuda. Agostino, una sorta di braccio armato di Silvio nella capillare opera di “avvicinamento” di papabili traditori, dopo aver contattato il senatore Fuda, riferisce giulivo: “Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se oggi è costretto a stare a sinistra. Ma se gli toccano gli interessi e le cose sue, darà un aiuto al Cavaliere in Parlamento”. Cose sue? Interessi suoi? In che senso?
Ed ecco allora che una nuova porta si dischiude innanzi a noi. Questa volta si parla di incompatibilità, conflitto di interessi, fiumi di denaro e tanta, tanta, ombra.
Nella puntata di Report (programma di Milena Gabanelli) del 21 ottobre 2007 (una settimana esatta dopo le primarie del PD) compare il viso angelico di Fuda. Ancora lui (il nuovo contro il vecchio). L’ottima Giovanna Boursier sta indagando sulle numerose - quanto scandalose - incompatibilità di molti senatori/deputati del nostro “Parlamento”. Un paradigmatico esempio è impersonato da Fuda. Come? Fuda è amministratore unico di Sogas, una società che gestisce l’aeroporto sullo stretto e piglia pure fondi pubblici. Interpellato sul quid, il numero 2 del PDM (dopo Loiero), assicura di non percepire alcuno stipendio. Anzi, è un benefattore. “Quando ci saranno le casse [...] sarà devoluto a un istituto di beneficenza”. Piccolo problema: la fondazione calabrese, Padre Catanoso (l’istituto cui Fuda versa 4000 euro mensili) ha un Presidente. Lui. Straordinario.
Straordinario sì, ma addirittura magico. Intorno alla sua figura aleggia quel famigerato episodio del “Comma 1346”. S’è intorno alla fine del 2006, precisamente a dicembre. Nella modifica del maxi-emendamento alla Finanziaria del governo Prodi, durante la notte, un’oscura “manina” andò a modificare – accorciandoli sensibilmente – i tempi di prescrizione per i reati contabili a danno della Pubblica Amministrazione (PA). Il primo firmatario dell’emendamento fu proprio Fuda. “Intendevo colmare un vacuum legislativo” si giustificherà poi il re di Siderno. In tutta fretta, di lì a poco, il Consiglio dei Ministri abrogò il “Comma 1346” riparandosi dietro ad un presunto “errore”, ad una “svista”.
L’ex Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, individuò – come di suo solito - il fulcro della vicenda del comma misterioso: “ [riferendosi a Fuda] Gli hanno buttato fango addosso solo perché è un brutto anatroccolo del Sud. Perché diciamoci la verità: non è un adone, è di Reggio Calabria, ha l’accento meridionale…. È stato la vittima di un vero e proprio episodio di razzismo”.
Pietro Fuda, nonostante tutto, è stato eletto, grazie ai propri indiscussi “meriti” politici, nell’Assemblea Costituente Nazionale del Partito Democratico. Rosy Bindi, che l’ha candidato (almeno formalmente) a capolista del collegio 13 di Siderno (in Calabria), si suppone fosse a conoscenza del suo curriculum: questione morale, incompatibilità, correttezza etico-politica e via discorrendo. Giusto? Sì, “ma anche” no…
Infine, se fosse possibile, avrei piacere di chiedere a Rosy che idea si sia fatta della vicenda (italiana/calabrese/lucana) del Pubblico Ministero di Catanzaro, Luigi de Magistris. Un magistrato che in Calabria, portando avanti tre inchieste – Poseidone, Why Not e Toghe Lucane – aveva smascherato un intreccio criminoso e massonico, oltre che trasversale, comprendente magistrati, politici, giornalisti, imprenditori, dedito a spartirsi potere, denaro pubblico e voti. Prima che gli portassero via le sue inchieste vi finirono dentro pure Romano Prodi e Clemente Mastella. Il centro-sinistra (salvo Di Pietro e qualche singolo battitore libero) si scagliò contro di lui e contro la “collega” Forleo. Vennero tratteggiati come “cattivi esempi”.
La signora Bindi, visto il suo fortissimo radicamento in Calabria, visti i “suoi” uomini sul territorio e visti i risultati fantastici che quella regione le ha regalato, che ne pensa?
Che cosa è accaduto, a suo modo di vedere, a Catanzaro? Secondo lei non è un pericoloso precedente il fatto che un Ministro della Repubblica italiana, sapendo d’esser sul punto di un’iscrizione sul registro degli indagati, possa richiedere il trasferimento di colui che lo sta indagando? E ancora, non è ridicolo che gli venga sgraffignata l’inchiesta – a de Magistris – perchè in “conflitto d’interessi” (dal momento che Mastella ne aveva chiesto il trasferimento il magistrato non era più “sereno” e intendeva vendicarsi)?
Risponderà? Sì, “ma anche”…
Duccio Facchini