La resistenza della INNSE

La resistenza degli operai della INNSE di via Rubattino (Lambrate, Milano) è una splendida testimonianza di pacifico risveglio morale e culturale. Pur rappresentando una piccola vertenza sindacale, a livello del numero dei lavoratori coinvolti, sta di fatto lanciando un importante messaggio a coloro che, da qui all’autunno, perderanno il posto di lavoro. Ad un ritmo incessante, ancor più drammatico dei mesi trascorsi.
I lavoratori hanno portato avanti le commesse e gli ordini anche quando il presunto imprenditore – sponsorizzato e protetto dalla Lega e da Roberto Castelli in particolare – tramava alla luce del sole per poter realizzare nell’area di via Rubattino una speculazione immobiliare. In vista di Expo.

Occupando fabbrica e macchinari gli operai hanno rivendicato un diritto molto semplice, sancito solennemente dall’Articolo 1 della Costituzione Repubblicana: il lavoro, prima di tutto. Prima ancora degli appetiti speculativi di qualche “capitano coraggioso” travestito da mecenate.
Perché smantellare un’unità produttiva, di alto livello, e sottrarle macchinari e manodopera?

Il Governo ha saputo rispondere, come al solito, con la militarizzazione e la minaccia, più o meno velata, della reazione violenta. Manganelli e scudi piantati di fronte alla portineria – da dove son stati cacciati gli operai in presidio permanente dal settembre ’08. In nome di una non ben chiarita “libertà d’impresa”, la classe politica – armata d’uniforme e radioline – castiga, isola e colpisce chiunque rivendichi il principio sacrosanto della responsabilità sociale della proprietà privata. Un assunto civile, al di là della fede politica.

Pare che nelle ultime ore si sia trovato un compratore disposto a rilevare l’attività dell’inutile Genta – difeso a spada tratta dal partito del Carroccio – e mantenere in vita la INNSE. Se così fosse, la battaglia della “piccola” INNSE potrebbe davvero divenire il foglietto illustrativo in vista della mattanza d’autunno.

Duccio Facchini

7 pensieri riguardo “La resistenza della INNSE

  • 10 Agosto 2009 in 18:55
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    Quello della Innse di Milano è un caso ormai nazionale. La fabbrica celebre per la sua produzione metalmeccanica specializzata è da mesi al centro di una dura contrapposizione tra operai e padrone: gli uni intenzionati a difendere con ogni mezzo il posto di lavoro, l’altro a smantellare il più frettolosamente possibile macchinari e fabbrica.

    Si contrappongono, fisicamente e psicologicamente, due fronti. Quello del padrone e delle istituzioni, che forte del saldo legame finanza-politica ha esautorato i lavoratori, li ha estromessi dal progetto economico di svendita e relegati fuori dai cancelli, circondandoli con polizia e carabinieri. Quello dei lavoratori che presidiano la fabbrica e che in piccola parte occupano un carroponte, che non capiscono il motivo della demolizione di un’azienda dalla storia onorevole e preziosa, ancora funzionale e redditizia, ma forse meno della speculazione immobiliare.

    Già, perché della storia della Innse fa parte anche il solito italianissimo gioco del fare e disfare mattoni e cemento, del costruire facile, della finanza dei milioni virtuali, che non crea posti di lavoro ma ingrassa i portafogli di pochi. I soliti pochi.

    Alla Innse gli operai si sono organizzati, hanno rianimato una lotta antica, quella dell’occupazione e dell’autogestione. Mesi e mesi in sordina, fino alla carica della polizia e alla “presa del carroponte”. Da allora anche la politica si è interessata quotidianamente di quelle 49 famiglie che combattono la battaglia del nuovo operaismo.

    Una battaglia che non si esaurisce nel contesto di una, quella, fabbrica, ma che riguarda e si sta esportando in molte realtà lavoratrici ormai precarie. Da Brescia a Catania, dalla Svizzera alla Puglia: forse gli operai ricominciano ad avere coscienza di sé. Il compito di un Partito Comunista oggi dovrebbe essere quello di inserirsi e supportare interamente questa classe che ritrova se stessa.

    Ed è stato significativo che i giorni in cui siamo andati a portare solidarietà, sostegno ed aiuto al presidio dei lavoratori, sono arrivati anche i compagni Ferrero, Rinaldini e Cremaschi, e con gli operai è pressoché subito nata la discussione ed il dibattito. Critiche sane al Prc e alla CGIL, ma anche comprensione reciproca, arricchimento, analisi.

    L’operaio ritorna a sentire il bisogno di discutere e di pensare: sta ricominciando l’era della lotta politica di classe?

    Operai che rifiutano l’ignoranza cui vengono costretti dal sistema e si ribellano, intuiscono i meccanismi marci del potere e li denunciano. Trovano la forza per metterli in discussione e per suscitare nei compagni lo stesso bisogno di riscatto.

    È davanti alla Innse che si è sottolineato il legame tra informazione censurata e paura che la notizia di un’occupazione possa diventare esempio per tutte le fabbriche; si è dichiarata morente l’abitudine dei lavoratori ad accettare supini le decisioni della classe padronale; qui si è denunciata l’ipocrisia delle istituzioni che si riempiono la bocca di “economia del fare” e “sostegno al lavoro” e poi come è inevitabile che sia, si umiliano prostrandosi dinanzi alle esigenze del capitale.

    Se il conflitto alla Innse avrà successo, sarà interamente merito dei suoi operai, il cui esempio deve servire per ripartire nella costruzione della coscienza e della lotta di classe in Italia. È l’occasione per rilanciare l’importanza della rivendicazione dei diritti e della contrapposizione lavoro-capitale per una ristrutturazione più equa e giusta del sistema economico.

    Giovani Comunisti Lecco

  • 11 Agosto 2009 in 10:33
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    Risveglio morale e culturale???
    Paura di perdere il posto di lavoro. Punto.

  • 11 Agosto 2009 in 21:46
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    LAVORO

    Per una volta non vorrei fare il saputello che esprime certezze granitiche ma vorrei condividere alcune mie perplessità sul tema del lavoro. Sembra che volga a positiva conclusione la vicenda Innse, mentre altre lotte operaie sorgono altrove in Italia (es. la Cim di Marcellina).

    Il caso della tentata chiusura della Innse era (è) reso ancora più paradossale dalla presenza di ordinativi, insomma non era (è) un’azienda in crisi.
    Si voleva esclusivamente realizzare un’operazione di speculazione edilizia, che sembra fortunatamente scongiurata grazie alla tenacia della lotta di quei lavoratori.

    Gli operai chiedono il lavoro, il mantenimento in vita della fabbrica.
    Su youtube (http://www.esserevento.it/?p=1990) un operaio della Innse si mostrava critico nei confronti di forme di autogestione della fabbrica, poiché, diceva, per far rispettare i tempi di consegna di una commessa, occorreva un padrone che controllasse. E dato che in caso di un’autogestione i controllori sarebbero dovuti essere più numerosi, tanto valeva avere un padrone unico, preferendo evidentemente lo sfruttamento all’autosfruttamento.
    Insomma volevano, vogliono il padrone.

    Sembra ancora lontana, complice un certa sinistra operaista nostalgica, la maturazione di un pensiero davvero rivoluzionario orientato non alla liberazione del lavoro, ma dal lavoro.
    L’enorme progresso tecnologico degli ultimi anni, che ha coinvolto non solo la classe operaia ma anche quella impiegatizia (se pensiamo alla diffusione dei computer negli uffici), ha liberato la forza lavora da una serie di incombenze inimmaginabile fino a poco tempo fa.
    Tuttavia questo vantaggio è stato interamente capitalizzato, scusate il gioco di parole, esclusivamente dal capitale, lasciando i lavoratori ai margini del processo produttivo, aumentando la disoccupazione.

    La mia domanda è:
    in caso di effettiva crisi di un settore (come può essere quello automobilistico) hanno senso le lotte finalizzate al mantenimento in vita di aziende (o rami di esse) senza alcuna prospettiva?
    Non sarebbe il caso di prendere coscienza che il lavoro non c’è per tutti, perché non ce n’è bisogno e che questa è una fortuna?
    Mi rendo conto che sto mettendo in discussione l’art.1 della ns. Costituzione, ma credo che sia giunto il tempo per un profondo mutamento culturale riguardo al lavoro.
    Forse è il caso di ripensare, alla luce del progresso della tecnica, il ruolo del lavoro nella nostra vita, che spesso non nobilita né ‘rende liberi’, ma il più delle volte è solo lo strumento di dominio dei centri di potere. Forse per un sinistra moderna sarebbe il caso di andare a sviluppare alcune intuizione del movimento del ’77, di approfondire le tematiche della decrescita, del salario sociale, del reddito di cittadinanza.

    vogliamo ragionarci, insieme, a settembre?
    paolo

  • 18 Agosto 2009 in 09:23
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    perfetto, signor Paolo.
    la Liberazione dal Lavoro è tecnicamente possibile; lo era già nel mitico e tragico ’79.
    La risposta che p.es. il PSI di allora ha tentato di dare a questa domanda diffusa di liberazione è stata, mi pare, lo spostamento del problema: “se sei furbo ti liberi dal lavoro così: diventi imprenditore, facendo faticare gli altri e incamerando i profitti” (mi ricorda qualcuno…)
    Il PCI, per carità, toccargli le fabbriche era come negare la verginità di Maria, un’eresia! e intanto le talpe nuoviste scavavano sotto le fondamenta degli stabilimenti.
    Gli anni 80 hanno visto la liberazione dal lavoro di un preciso ceto socio-politico; un ceto sociale, meglio, che si è dato quasi automaticamente una rappresentanza politica. Purtroppo, a parte eccezioni che se vogliamo fanno anche un po’ schifo, la grande massa delle persone non solo è stata esclusa dal processo, ma anzi è diventata la “massa critica” necessaria perchè il processo proseguisse: precarizzazione del mercato del lavoro, ri-produzione di disoccupazione e ancor di più di sotto-occupazione, frammentazione della “classe” entro il calderone del sogno italo-americano, molto simile alla corsa degli spermatozoi, per cui in mille ci provano e uno vince; queste sono state le trasformazioni sociali che hanno permesso la liberazione dal lavoro di una manciata di persone e hanno realizzato il Grande Sogno degli Autonomi. Per qualcuno.
    Mi domando quale possa essere ora, XXI secolo, una politica efficace per redistribuire effettivamente la ricchezza.

  • 22 Agosto 2009 in 17:26
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    Ho seguito con interesse la vicenda della INNSE e spero vivamente che ci sia il “lieto fine”.
    Mi ha colpito l’attaccamento dei lavoratori al lavoro. Attenzione: non al posto di lavoro, ma proprio al loro lavoro, a quello che producono, alla loro esperienza, la voglia di continuare a fare bene quello che hanno sempre fatto.
    Sui giornali locali leggo i numeri di questa crisi che mi sembra andata in pausa solo grazie alle ferie d’agosto. Giro per le nostre zone e le fabbriche son tutte chiuse e parecchie lo rimarranno anche la prossima. Parlo con gli amici e qualcuno ha già la cassa che lo attende, qualcun altro spera di trovare anche i macchinari nei capannoni. Un giorno si parla di leggera ripresa, il giorno dopo di pessimi risultati, di certo c’è solo che nessuno sa ancora cosa succederà dal 31 in poi.
    Allora ben venga l’esempio degli operai della INNSE che hanno dimostrato come si possa ancora difendere il proprio posto di lavoro anche quando si è lasciati soli dalle istituzioni e senza la possibilità di ragionare con la proprietà

  • 24 Agosto 2009 in 20:59
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    Vi riporto l’editoriale di M. Belpietro comparso su Panorama del 13 agosto, prima del giorno della “salvezza”.
    Sicuramente questi sono i commenti che rassicurano il lettore tipo del settimanale Mondadori

    L’altra mattina leggendo il Corriere mi sono stropicciato gli occchi. Per un attimo ho creduto di avere tra le mani L’Unità Il Manifesto. E invece no, il corsivo che commentava la storia degli irriducibili che da un anno occupano l’ex fabbrica milanese di Lambrette e dei cinque di loro che si sono arrampicati in cima a una gru compariva proprio sulle pagine del fu quotidiano della borghesia lombarda. In diciotto striminzite righe l’autore bacchettava i proprietari dell’Innocenti Sant’Eustaccchio, spiegando che il loro modo di fare contraddiceva ogni regola d’impresa. «Un buon prodotto, una tecnologia avanzata, un forte attaccamento aziendale. Eppure deve chiudere, in nome di un business tossico che ignora mercato e qualità» scriveva Giangiacomo Schiavi, prendendo le difese dei lavoratori, i quali si erano scontrati con la polizia che li voleva sloggiare perché impedivano l’accesso all’azienda.
    Già l’idea che un imprenditore arda dal desiderio di chiudere una fabbrica che fa un buon prodotto, ha strabiliante tecnologia e migliori maestranze mi sembra balzana. Ma l’accusa di voler investire in un business tossico contro il mercato e la qualità mi riporta alla mente i vecchi slogan sindacali degli anni Settanta, contro il padrone brutto, sporco e cattivo. Tutte le volte che un’impresa chiudeva c’era un capitalista cinico che la voleva assassinare nonostante godesse di ottima salute. Non so se i funzionari di Cgil, Cisl e Uil non sapessero leggere i bilanci o recitassero una parte in commedia, ma ho sempre sospettato che gli mancasse il coraggio di dire la verità agli operai, ovvero che la fabbrica era morta. Magari per colpa del titolare e dei suoi errori, ma comunque morta. Così, spesso, spingevano i lavoratori a inutili lotte, inducendoli a resistere mesi, a volte anni, al grido «Un minuto più del padrone»
    La storia della Innse non è diversa da quelle di molte imprese che non hanno retto il mercato e che non sono riuscite a trovare un sistema flessibile per produrre o non gliela hanno lasciato trovare. Dell’ex industria di Lambrette è rimasto solo il nome: l’agonia è cominciata all’inizio del Terzo millennio, tra cassa integrazione, mobilità e cambi di proprietà.
    Negli ultimi nove anni i dipendenti hanno lavorato a singhiozzo solo per pochi mesi e non sempre a pieno regime. Naturalmente questi quasi due lustri non sono trascorsi tranquillamente, ma fra lotte sindacali e interventi di polizia e carabinieri. Dov’è dunque l’azienda descritta dal Corriere? Dov’è l’esempio di buona impresa che aspetta il salvatore e nel frattempo deve difendersi dai cannibali che la vogliono privare del futuro, come scrive Schiavi?
    La verità, molto più banalmente, è che l’Innse non ha alcun futuro e che i dipendenti in questi anni sono campati tra sussidi e conflitti, tra gomme tagliate alle auto degli amministratori e dirigenti rinchiusi per ore nel loro ufficio per avere contestato assenze ingiustificate. L’Innse non è né un’azienda modello né un’isola felice. È solo una storia sbagliata, come titola il Corriere. Forse per colpa della proprietà, ma anche del sindacato. E forse pure di qualche giornalista che fatica a capire quanto sia duro oggi fare l’imprenditore.

  • 25 Agosto 2009 in 09:05
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    http://www.esserevento.it/?p=2154
    su questo post c’è un allegato, il primo, che forse aiuta a capire i danni e gli imbrogli con cui i lavoratori della INNSE sono stati costretti a combattere.
    non è una storia di un anno, non è la capacità imprenditoriale
    e forse i giornalisti, anche Belpietro, dovrebbero capire come è dura fare il proprio mestiere se si è servi di un’ideologia. La difesa del padrone quando avviene dai giornali dello stesso il più delle volte è solo una voce della busta paga

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