Vincenzo Andraous: Giustizia

GIUSTIZIA CHE NON ABBANDONA MAI NESSUNO AL PROPRIO DESTINO

C’è una distesa di sangue e di corpi intorno a noi, è scompaginata la storia sotto di noi, è in atto un vero e proprio abbattimento dei sentimenti.
Scorrono le immagini alla tv, le foto sui quotidiani, i labiali dei commentatori sembrano ghigni, alla meno peggio scrollate di spalle, l’obiettivo da raggiungere è convincere, non stabilire come lo si fa.
Eppure in carcere il cittadino muore a ritmo di sei detenuti al mese, in strada si cade tumefatti da entità invisibili, si spara alle spalle, alla testa, nel mucchio, è tutto un video show che non trattiene commozione, unicamente scariche di adrenalina a poco prezzo, infatti “non succede a me, accade agli altri”.
C’è chi ricatta, chi compra, chi vende, per qualcosa di ipocritamente proibito, chi addirittura inventa un gioco nuovo in una sociologia vetusta, per riuscire a sentirci innocenti di essere colpevoli, per una realtà altamente ingiusta, sino a rendere la vita un salvadanaio che non rigetta monete, neppure quando sono sporche di sangue.
Il dispendio di violenza fisica, psicologica, verbale, ha decretato la sconfitta dei buoni sentimenti, delle emozioni, meglio renderle inoffensive, e circuirle, e addomesticarle, costringerle mansuete con la disattenzione più colpevole.
Pena certa, giustizia giusta, chi sbaglia paga, sono diventati slogan per obbligare la mente a non fare il proprio dovere, costringendo in condizioni vergognose pilastri universali come la compassione, la pietà, il perdono, giungendo a mettere al muro della berlina mediatica, quanti non intendono accettare una giustizia che offre verità poco corrispondenti alla realtà.
Quando si parla di carcere, di punizione, lo si fa senza tentare quanto meno di raggiungere una meta sociale possibile, senza inciampare nelle giustificazioni, nelle spiegazioni più inverosimili, trasformando la speranza di un preciso interesse collettivo in una pratica di minore importanza, rispetto agli interessi che si presumono superiori.
C’è sempre meno spazio per la commozione, la riflessione, aumenta la spinta a colpire la pancia, a mettere fuori gioco la compassione etico cristiana, quella che si muove dentro ogni persona, e fa cambiare di assetto, di volontà politica, perché coinvolge ognuno a immedesimarsi, a consegnare una risposta, non rimanendo ancorati a una ingiustizia travestita di rancore.
Tutto ciò non dimissiona alcuna responsabilità, non relega a una parte infinitesimale i frammenti che compongono una persona, la normale anormalità della morte, del dolore e della sofferenza, di chi è vittima e di chi è colpevole, di coloro che scontano la propria condanna e tentano di riparare, di ritornare a essere parte viva del consorzio sociale, nel silenzio laborioso della rivisitazione.
Quando scompaiono le idee, gli ideali, rimangono le rivalse, le rivincite, che non producono nulla, che non tutelano alcuno, tradendo il compito di aprire a un altro scenario, che può finalmente significare non solo la necessità-esigenza di una riforma, ma la nascita di una giustizia vera, alta, condivisa, davvero, che non assolve né condanna in nome di qualche recondito potere contrattuale, una giustizia che possiede attenzione sufficiente a non abbandonare mai nessuno al proprio destino.

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