Buon anno

da IlGiornale.it

«Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla». Per il ministro «la parte valoriale della Costituzione ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito». «Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione», ha aggiunto Brunetta, secondo cui andrebbero anche rivisti «gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa… ».

3 pensieri riguardo “Buon anno

  • 3 Gennaio 2010 in 16:03
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    Punta in alto, molto in alto… iniziamo bene l’anno nuovo!
    Parlando di merito: potremmo inserire una postilla che rende ineleggibili i condannati, soprattutto se per reati ai danni dello Stato
    Parlando del mercato: con tutti gli scandali che ci sono stai in questi anni mi devono spiegare come mai solo ora è entrata in vigore la legge sulla class action
    Parlando di concorrenza: come mai siamo il Paese dai mille monopoli?

  • 3 Gennaio 2010 in 16:07
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    brunetta ha ragione, è ora che la costituzione formale aderisca alla costituzione materiale e he si cambi l’art 1 : l’italia è un’oligarchia oclocratica fondata sulla corruzione.

  • 8 Gennaio 2010 in 18:29
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    Condividiamo pienamente l’articolo, ne inoltriamo un altro a supporto dal nostro blog:

    Una perfetta continuazione con quanto sino ad ora svolto. Qualcuno la definisce un’accelerata sulle riforme, qualcun altro ritiene che sia il momento più proprizio per fare delle riforme “bipartisan”. Ma ciò che non si cancella con gli artifizi delle parole è la prosecuzione lineare del progetto eversivo di destrutturazione democratica che la maggioranza di governo persegue da sempre e che, ora, intende mettere in atto con più energia di prima. Le parole del ministro Renato Brunetta sono gravissime da un punto di vista non solo storico, ma di stretta attualità.

    Definire la Costituzione come una “figlia della guerra”, o dei tempi lontani della fine della medesima e della ricostruzione industriale, è già un atto revisionistico che colloca la Carta fondamentale del nostro Stato non nel contesto propriamente sociale e politico dell’epoca ma nel circolo di una costrizione che, evidentemente secondo Brunetta, i Padri Costituenti dovettero affrontare nel redigere il testo della nuova struttura della Repubblica. Brunetta dice, in sostanza, che le riforme devono investire tutta la Costituzione, anche la prima parte e che ogni articolo che parli di lavoro, sindacati, lavoratatori, Europa e diritti va rivisto agli occhi dell’attualità economica e sociale. Come se il diritto ad avere uno Stato che si basi sul lavoro fosse oggi anacronistico tanto quanto quello di poter avere dei sindacati non supini al volere dell’esecutivo, o i lavoratori privi del diritto di sciopero, relegati a cittadini di serie B non solo dalle già profonde ingiustizie quotidiane messe in essere dal regime neoliberista, ma per “suprema lex”.

    La proposta del governo non è soltanto inaccettabile, ma è un vero e proprio colpo di Stato se verrà messo in pratica. Putroppo questa maggioranza di centrodestra ha i numeri per cambiare la Costituzione. E ha anche un’opposizione languida, inefficace, debole e sciatta: il Partito Democratico, per bocca di Enrico Letta, dice di essere disposto ad ogni dialogo su ogni tematica, ma che non si tocchi per favore la prima parte della Costituzione. Essere disposti al dialogo su ogni tema con queste persone che governano il Paese è di per sé un attentato alla Costituzione in fieri, un cedimento forse indiretto, ma pur sempre un cedimento al volere del principe regnante di Arcore, quel cavaliere nero che viene dall’istruzione massonica e dai mille compromessi con i poteri più remoti e scuri di questa Repubblica.

    Se un’opposizione non è possibile trovarla in Parlamento, è allora necessario che si sviluppi nel Paese partendo anche da quella sinistra sparsa, confusa, divisa, atomizzata e resa imbelle dalle sciagure elettorali, dall’autolesionismo individualista di qualcuno e dalla ricerca di una nuova visibilità per altri tornati sotto il Sole che ride o sotto la Rosa nel pugno. Benché divisi, dobbiamo unirci. Benché litigiosi, dobbiamo accordarci. Benché rissosi, dobbiamo calmarci. Calmarci e ragionare sul pericolo neoautoritario che avanza e che per niente mostra i segni della debolezza che avevamo sperato venisse fuori dopo i primi anni di governo di un gruppo di soggetti politici (ed economici) che hanno spudoratamente dileggiato la crisi del sistema delle merci, vendendo agli italiani la favola della ripresa nell’anno appena iniziato.

    Non ci sarà alcuna ripresa fino a che le fabbriche chiuderanno o i numeri dei cassintegrati saliranno vertiginosamente. Non ci sarò ripresa, ma malessere sociale alle stelle. E su questo malessere la destra proverà ancora a giocare le armi della paura e la necessità di un assetto più “ordinato” dello Stato e quindi basta con le rivendicazioni salariali (Maroni dixit hodie…), basta con le vertenze sindacali, basta con il conflitto. Si lasci governare questo moderno Leviathano che incarna discretamente i desideri dell’alta borghesia confindustriale. Lo si lasci gestire la vita misera e schifosa di ognuno di noi, condendola con piccole concessioni fatte di beni illusori, di necessità non necessitate e di proprietà non possedute. Ogni diritto contenuto nella Carta costituzionale è sul limite della sua fine.

    Se una reazione deve nascere, va fatta nascere subito, senza generici appelli buonisti al rispetto delle regole e alla fedeltà ai princìpi costituzionali. Come si fa ad essere fedeli a qualcosa che già ora termina la sua esistenza e entra nel tunnel della disintegrazione? Non è per retorica in stile comunista, ma per una sensazione vera, per una fiducia possibile che penso di poter scrivere e dire ciò: solo i lavoratori e gli studenti, solo i precari e i disoccupati, solo la gente che sta peggio ogni giorno può mettere mano alla situazione e capovolgerla. Noi non abbiamo oggi gli strumenti politici adatti ad intercettare il malessere sociale. Stiamo provando a ricostruirli. Ma il tempo ci prende in contropiede e incalza. Per questo, la nostra disposizione alla ricostruzione, che è sacrosantamente giusta e va perseguita, va accompagnata alla comprensione del momento e all’apprendimento delle lezioni operaie, dell’Onda e di tutti quei movimenti che possono rinascere e farsi sentire con grande voce. Sino ad ora, dopo la sconfitta del 2008, abbiamo fatto dei passi avanti. Non è solo la credibilità di un partito che va qui recuperata. Va recuperata la credibilità di un futuro che, per noi, non può che essere quel comunismo nuovo, comprensibile a tutti come esigenza di giustizia e di libertà, di uguaglianza e socialità. Tutte virtù umane che oggi vengono sempre meno davanti alla prepotenza delle destre, davanti al cretinismo buonista della peggiore opposizione che la storia della Repubblica ricordi.

    GCLECCO

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