Cave: la Provincia nel paese delle meraviglie

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Le controdeduzioni alle osservazioni al Nuovo piano cave pubblicate alla fine del mese di settembre dalla Provincia di Lecco rappresentano una triste conferma di quel che, sostanzialmente in solitudine, ripetiamo da tempo. L’ente pubblico non sta facendo gli interessi del territorio e della cittadinanza –sottraendo in vent’anni alle montagne lecchesi qualcosa come 11,7 milioni di metri cubi di materiale-, e pur di soddisfare le ingiustificate esigenze di poche ditte cavatrici altera non solo la realtà -attraverso generose previsioni di un mercato estrattivo che non esiste più- ma addirittura stravolge i contenuti di chi, come noi, ha dettagliato le proprie contrarietà, in maniera assolutamente non ideologica o prevenuta.

Il tracollo del mercato del cemento, rappresentato dai consumi nazionali pubblicati dall’Associazione Italiana Tecnico Economica e Cemento (Aitec), è sotto gli occhi di tutti. Dai 46 milioni di tonnellate di consumo nazionale del 2006 il mercato è sceso ai 25 milioni del 2012. E il 2013 si è confermato un anno drammatico. Ecco, secondo la Provincia di Lecco le nostre osservazioni puntuali e documentate avrebbero definito questa caduta verticale come uno “stallo”, o una “tendenziale variazione negativa”, facendo finta di non comprendere la portata della spirale negativa del cemento. Affermare che “nel ventennio si possa concretizzare una ripresa economica del settore” significa veramente prendere lucciole per lanterne.

E ancora. Dopo aver volontariamente equivocato il punto forte e incontestabile delle nostre osservazioni, la Provincia di Lecco ha nuovamente ribadito il diritto di riconoscere un devastante quantitativo di materiale da cavare per soddisfare le “potenzialità” dei siti produttivi, dimenticandosi di rivestire il ruolo di chi, come ente pubblico, regola e non regala, disciplina e non si presta a fornire stime irreali per giustificare un’escavazione abnorme.

Anche la valutazione degli impatti ambientali, che per le due cave Vaiolo sul monte lecchese del Magnodeno sono preoccupanti -nonché in più casi “molto rilevanti”-, la Provincia di Lecco specifica che anche giudizi così severi non impediscono al piano di proseguire il suo percorso. Un’assunzione di responsabilità gravosa, specie per quella parte di cittadinanza che accoglierà direttamente i siti produttivi: pensiamo al caso della ex cava Mossini, tra Galbiate e Pescate.

Per il resto, le controdeduzioni non chiariscono nulla di più. Concepite come uno strumento partecipativo, le nostre osservazioni hanno ricevuto una sorta di risposta “copia e incolla” con gli stessi contenuti del Piano, senza la minima disponibilità ad ascoltare cifre, dati e valutazioni.

Un’occasione perduta, che ha nella Giunta e in buona parte del consiglio provinciale i suoi principali responsabili. Ma non solo. Scorrendo le controdeduzioni non si può non rimanere sconfortati per la figura fatta dall’amministrazione comunale lecchese. Il capoluogo interessato per oltre l’80% del quantitativo dal piano cave è stato capace di protocollare le esigue osservazioni al piano cave oltre i termini previsti. Del resto, quando s’incontra riservatamente i cavatori per condividere il parere prima di depositarlo si rischia di arrivare in ritardo. E di fallire, come il servizio di noleggio biciclette che, insieme alla propagandata lotta a difesa dell’ambiente, ha rappresentato lo specchietto finto per vincere -o acquistare- il premio di Città alpina dell’anno.

Qui Lecco Libera

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